martedì, 22 aprile 2008

Come mi vuoi

Davide Toffolo indossa la maschera d’Allegro Ragazzo Morto d’ordinanza, come sempre quando si trova davanti all’obiettivo di una telecamera.
- Davide, tu sei anche un fumettista. Come concili il tuo lavoro con china e pennelli e la musica dei Tre Allegri Ragazzi Morti? Stai lavorando a qualche nuovo fumetto al momento?
L’intervistatore, impacciato vj di ben poche speranze, ha un sorriso standard stampato in faccia e l’aria di chi ha imparato a memoria le domande da fare non più di dieci minuti prima.
- I Tre Allegri Ragazzi Morti raccontano la propria identità attraverso fumetti, oltre che ovviamente con la musica. I fumetti sono un mezzo per rappresentare senza riempire ogni spazio. Gli spazi vuoti li lasciamo riempire a chi ci ascolta.

Doveva essere il ’99 o forse il 2000 e l’intervista era fatta nel backstage di una delle prime edizioni dell’Independent Days Festival, trasmessa da VideoMusic. La guardavo in differita il giorno dopo il festival. Ricordo che rimasi sorpreso dalle poche parole di Davide in risposta a una domanda del genere. Dopotutto era un fumettista. In quel periodo portava avanti una pubblicazione a puntate che si chiamava Fandango, con protagonisti cinque allegri ragazzi morti, e sapevo per certo che era al lavoro anche su un nuovo romanzo a fumetti. Non voleva, questa fu la mia conclusione di allora, mischiare il lavoro con il gruppo con la sua altra attività di disegnatore. Anche se le due cose erano palesemente intrecciate. Forse non voleva concentrare troppo su di sé l’attenzione, apparire il leader della band e togliere spazio agli altri due Ragazzi Morti; o forse non voleva che i fumetti sopravanzassero la musica per ruolo e per importanza. Ma per una storia come quella dei Tre Allegri Ragazzi Morti note e disegni erano destinate a farsi sempre più vicine, fino ad incontrarsi anche sul palco. Era soltanto necessario cercare come e quando.

I fumetti sono sempre strati lo specchio dei Tre Allegri Ragazzi Morti, li rappresentano. Nel corso degli anni hanno raccontano la loro evoluzione, il loro percorso, le loro scelte, le loro storie. Volti scavati e affilati sulla copertina del primo album, diretto e punk; facce rotonde e corpi allungati per il secondo, più dolce e sentimentale. Con “La testa indipendente”, terzo disco, completo e rock, la semplificazione delle immagini crea delle vere e proprie icone: le teste dei Ragazzi Morti come circonferenze che rotolano e si scambiano di posto su un unico, grande corpo con cappello a cilindro. L’apertura globale, soprattutto al Sudamerica del quarto album porta al ritorno dei colori accesi e a nuovi confini sempre incerti, percorso che, serrate le fila dei suoni e dei testi, prosegue anche nell’ultimo “La seconda rivoluzione sessuale”.


Tre Allegri Ragazzi Morti e disegno si sono ritrovati assieme al volto e alla vita di Pier Paolo Pasolini, dall’espulsione dal PCI, a Roma,  a “Uccellacci e uccellini”, fino alla morte, fino al ricordo, all’eredità. Luca come sempre alla batteria, Enrico registra e accumula loop di chitarra e di basso, e Davide abbandona voce e sei corde per sedersi al tavolo da disegno, con penna, inchiostro, colori, pennelli. Non sono fumetti, non sono semplici disegni: composizioni stratificate di parole, figure, colori. Una frase per iniziare, tracciata a lettere chiare attraverso il foglio, la chitarra ripete circoli leggeri di note. Poi tratti accennati di penna a sagomare l’immagine, presto rifinita con la punta di un pennello sottile, mentre la batteria entra sul giro melodico ormai formato. I tratti che segnano i bordi si fanno più robusti e marcati man mano che Davide procede con il disegno: il colore riempie gli spazi, la scritta iniziale viene velocemente cancellata dai colpi di pennello. Nuove parole sopra il disegno appena finito, la batteria si fa sentire, gli strati di basso e chitarra si accumulano sempre più numerosi. Ancora colore, diluito nell’acqua, passato sul foglio, oltre i contorni delle immagini, fino a cancellare ogni cosa, fino a restituire un quadro nero sotto cui si possono intuire gli strati passati, la storia raccontata e ormai sparita. La musica scende di volume e complessità, fino a scomparire e lasciare posto a una registrazione della voce di Pasolini durante un’intervista segnata dal vento. Davide prepara un nuovo foglio bianco.


Scritto da matteb83 alle ore 01:17 || parole, visioni, ascolti || commenti (1)
lunedì, 17 marzo 2008

Way down in the hole

Il finale di The Wire non è arrivato inatteso. Tutto è andato come doveva andare, com'era prevedibile andasse. Nessun grande colpo di scena, nessuna svolta mozzafiato, nessuna forzatura o licenza poetica.
E nessun finale consolatorio, ovviamente.
Dopo cinque stagioni e una sessantina di episodi, una conclusione che ribadisce andora una volta, e questa volta per sempre, l'inevitabile violenza che abita il potere e il volto di una giusizia che solo terribile e sfigurata è in grado di trovare la propria identità.
L'episodio che chiude il sipario su una delle migliori serie tv di sempre è un ultimo giro di valzer prima che tutti i protagonisti siano costretti a voltare pagina. Un cambiamento definitivo e forzato che modifica le traiettorie dei racconti individuali, ma non cambia nulla nello scorrere ampio della realtà quotidiana. Non è il mondo dipinto da The Wire a concludersi: sono i protagonisti a finire le loro vicende, già pronti, appena abbandonato il loro posto, a essere rimpiazzati da sostituti cresciuti alla loro ombra.
Una ruota inesorabile che costringe a chiedersi se ci sia davvero una possibilità di cambiare. Se ci sia oggi.



Andata in onda sulla HBO (il canale di Oz e dei Sopranos, per intenderci), The Wire è ambientata a Baltimora, nel Maryland, e racconta di poliziotti, traffico di droga, indagini, omicidi, intercettazioni, politica, mercato, istruzione, informazione. Una lista di temi, questa, solo parziale, che non riesce minimamente a restituire la profondità, la complessità, la forza con cui il racconto procede, si dirama, si mostra.
The Wire è un intreccio di storie che si fa strada incurante tra le pareti strette del formato televisivo, che invece di piegarsi e ridursi per poter trovare il proprio posto, costringe lo spazio ad allargarsi, usando schemi e figure inediti, inventando un linguaggio nuovo e deciso, nel suo estremo realismo.

L'occhio di The Wire non è mai ampio, non indugia su panorami, orizzonti, spazi aperti. Persino nella seconda stagione, ambientata in gran parte al porto di Baltimora, la vista del mare è relegata a tagli rapidi e piatti, l'oceano nascosto dalle pareti di ferro delle navi, delle baracche, dei container.
Il linguaggio visivo è stretto, claustrofobico. Chiuso sugli angoli delle strade, tra le pareti dei vicoli, nelle stanze di case sempre troppo piccole. I primi e primissimi piani indugiano spesso e a lungo sui volti dei protagonisti, i dettagli sono inquadrati con noncurante metodicità.
La violenza e il sangue sono ingredienti irrinunciabili del quadro, presentati nella loro irrimediabile semplicità, con la loro immancabile voce.



Anche il linguaggio parlato, quello dei dialoghi, ha una sua forma unica, inedita, necessaria. Incuranti di ogni tipo d'inconprensione le parole scorrono da un personaggio all'altro senza volersi minimamente preoccupare di essere colte, capite, tradotte in frasi universalmente intellegibili. Il linguaggio gergale, fatto di abbreviazioni, scherzi, frasi fatte dei poliziotti, i giochi veloci e convulsi dei ragionamenti politici, o le parole d'ordine all'interno della redazione di un quotidiano, come quelle che si fanno strada nel corso dell'ultima stragione, sono tutti riflessi dell'unica intenzione di non cedere a traduzioni e mediazioni.
L'impatto maggiore, sotto questo aspetto, ma anche da molti altri punti di vista, è quello assegnato al linguaggio nero, della strada, dei quartieri poveri, della violenza. Parole che piovono veloci e colpiscono senza sosta nè tregua. Metafore, abbreviazioni, contrazioni in cui nuotare a fondo per riemergere con un significato che non si limita a codificare il senso di un pensiero, ma porta in dote con sè l'odore di intere strade, quartieri, l'identità di tutti i loro abitanti. Di un'intera cultura.

The Wire elimina la traduzione televisiva e racconta una realtà. Per la sua forma e per i suoi modi è più vicina a un documentario che a una qualunque serie tv. Ma diversamente dal documentario, può permettersi di inventare la sua storia: ingabbiata tra i vicoli e lo sporco di Baltimora, talmente stretta e locale da poter raccontare con una lucidità disturbante i tanti angoli neri che popolano gli spigoli aguzzi dell'Occidente contemporaneo.


Scritto da matteb83 alle ore 01:06 || visioni || commenti (1)
lunedì, 11 febbraio 2008

Pointillisme #2

Sei punti:

_ A giudicare dal video dev'essere stato piuttosto divertente, anche se non posso fare a meno di chiedermi  se mai si potrebbe realizzare un'iniziativa del genere a Bologna (o in altre città italiche) e come verrebbe accolta: la facciata della Cattedrale di York accesa da un sistema di illuminazione che crea colori, forme e movimenti a seconda dell'intensità e della frequenza di voci e rumori prodotti dalle persone che vi sostano davanti (+)

_ Fa un po' male pensare che una volta potevano essere ascoltati, ma ci si consola guardando il sorprendente risultato finale: Love is in the Air, ovvero silhouettes ricavate da dischi in vinile. La mia preferita è quella di Let's Go Disco. L'autore si chiama Carlos Aires (+)

_ Da qualche tempo, un misterioso serial killer cartaceo sta prendendo di mira manifesti e cartelloni pubblicitari delle strade londinesi. Recentemente ha allargato il suo raggio d'azione colpendo anche un'edizione del londonpaper. Idee e modalità sono simili a quelle dell'ormai (meritatamente) celeberrimo Banksy. Vedremo se questo sedicente Decapitator saprà eguagliare il ben più noto collega o se è solo la burla passeggera di qualche ragazzetto inglese annoiato (+)

_ Buone idee per campagne di comunicazione sociale: Help us to receive more calls per la Bris, associazione che si occupa di difendere i diritti dei minori; Regional Environmental Awareness, consapevolezza dei pericoli del riscaldamento globale; World AIDS Day in Danimarca, contro la discriminazione delle persone sieropositive (chissà cosa ne pensa Wayne Coyne?) (+) (+) (+)

_ Ho sempre trovato un certo fascino nel viaggiare in treno o in metropolitana di notte. Probabilmente molto deriva dall'atmosfera attutita e sonnolenta che spesso si crea all'interno dei vagoni e dal contrasto con il rumore monotono delle rotaie e il paesaggio che si muove fuori dai finestrini. Armata solo del suo telefonino Yvonne Doll ruba scatti soffusi e sgranati di passaggeri addormentati e inconsapevoli (+)

_ Devo ancora decidere quando e soprattutto cosa. E a pensarci anche il fattore indirizzo potrebbe rivelarsi un problema. Ma penso che alla fine abbandonerò i dubbi e tenterò di scrivere qualcosa di sensato al me stesso futuro. Spero apprezzerò (+)

Scritto da matteb83 alle ore 02:02 || giochi, visioni, figure, liste || commenti (2)
mercoledì, 14 novembre 2007

Bitey is back

Bitey è una singolare creatura a metà strada tra un minotauro, un centauro e un Moldy Peaches ed è protagonista, ormai da diversi anni, della serie di corti di animazione in Flash che vanno sotto il nome di Brackenwood movies.
Dopo un primo episodio introduttivo, una seconda prova sorprendente e un terzo appuntamento complesso e maestoso (con musiche composte da James Walbourne assieme a Spider Stacy, whistle-player dei Pogues), la Bitey Castle di Adam Philips ha fatto uscire da poche settimane una nuova animazione dal titolo Waterlollies.



Ancora una volta Adam Philips riesce a fare meglio dell'episodio precedente, puntando in questa nuova uscita soprattutto sulla resa dei movimenti e su una cura meticolosa dei particolari e dei dettagli. La resa grafica dell'acqua, che sia un fiume o le gocce di rugiada che aprono il corto, lascia semplicemente a bocca aperta.
E poi c'è Bitey, velocissimo e sbruffone come sempre. Protagonista, questa volta, di una storia tanto semplice quanto divertente che coinvolge strane uova trasparenti che hanno la singolare caratteristica di aumentare il loro volume se vengono urtate. Anche quando si trovano nello stomaco di qualcuno.

Waterlollies (ci mette il suo tempo a caricare, ma ne vale la pena) (+)
Tutti gli episodi della serie (+)
Bitey Casle (d'obbligo un'occhiata ai corti di 30 days: 30 shorts) (+)

Scritto da matteb83 alle ore 22:43 || visioni || commenti
mercoledì, 07 novembre 2007

Found her!

Era con ogni probabilità uno di quei venerdì sera annoiati in cui non c'è nulla di interessante da fare, e anche se ci fosse non sei poi così sicuro che prenderesti la decisione di abbandonare le mura domestiche. Ricordo che era orario da seconda serata, che accesi la televisione e che sul primo canale c'era questo film di cui non ho mai saputo il titolo. Il film in sè era di una bruttezza imbarazzante, ma ricordo di aver pensato che la storia in fondo non era male: lui incontra lei in metropolitana, si mettono a chiaccherare, scendono alla stessa fermata, lei se ne va e lui non sa né il suo nome, né il suo telefono. Ma dato che la vuole ritrovare e che, guarda un po', lavora in una agenzia pubblicitaria, tappezza la città di manifesti che riportano un appello alla ragazza e il numero di telefono di lui, con l'invito a chiamarlo.
Ma a che serve un'agenzia pubblicitaria se c'è il web?
Domenica scorsa, Patrick Moberg, illustratore newyorkese, ha visto nientemeno che la ragazza dei suoi sogni sulla metro e per ritrovarla ha aperto NYGirlOfMyDreams: una pagina web in cui compariva un disegno con la descrizione di lei, di lui e dei dettagli dell'incontro (data, ora, linea e fermate della metro). Moberg invitava la ragazza o chiunque potesse conoscerla a mettersi in contatto con lui via mail.



Ora. Lasciando da parte i commenti sociologici e i cantici sulle nuove tecnologie e concentrandoci invece sulla storia: New York è una città di otto milioni di abitanti. Quando ho visto quella pagina web (linkata dal sempre ottimo NOTCOT.org), dopo aver pensato che fosse un gesto di certo significativo e, a suo modo, romantico, ho pensato che le possibilità che anche solo un conoscente vedesse la pagina, riconoscesse la ragazza e riuscisse a metterla in contatto con il nostro eroe erano, a dir molto, esigue.
E invece.
Tre giorni dopo l'apertura del sito web, l'illustrazione iniziale ha fatto posto a un nuovo disegno: un precario omino che regge a braccia alzate un cartello con una scritta colorata: FOUND HER!
Un amico di lei l'ha riconosciuta nel disegno e ha fatto in modo di metterla in contatto proprio con il nostro romantico eroe. Per il momento, i due si sono scambiati qualche mail e hanno fissato un appuntamento.
"Here's where it gets tricky..." scrive Moberg ringraziando tutti e annunciando che su quella pagina web non ci saranno ulteriori aggiornamenti.
Non resta che augurargli buona fortuna.



Patrick discusses the girl of his dreams: una breve videointervista (+)
Ovviamente, non potevano mancare le caricature (+)
Ad ogni modo, tutto ciò mi ha ricordato che devo leggere
Train man (+)

Scritto da matteb83 alle ore 23:54 || visioni, figure || commenti