sabato, 11 agosto 2007

Emmaboda

C'è una ragazza che attraversa il prato che si apre sull'Ängen, il palco grande. Porta una maglia verde acceso, gonna a pieghe, collant colorati. Ti basta un'occhiata per decidere che non può avere più di sedici anni.
E' scalza.
Segui quei piedi neri di fango camminare veloci e incuranti delle cartacce, dei piatti di plastica, delle lattine, degli avanzi di cibo disseminati tra l'erba. Li segui fino a quando non scompaiono tra le prime tende, oltre la bandiera che inneggia a un indecifrabile "Camp Super Gutt".



Le luci montate in fretta sul palco della zona bar iniziano a fare il loro lavoro quando l'ora di cena è già lontana. I Mixtapes And Cellmates emergono in chiaroscuro e si piegano sugli strumenti davanti a qualche decina di persone. Alcuni attenti, schiacciati sotto al palco, altri più indietro a chiaccerare e ritrovarsi, tra abbracci e risate.
Incomprensibili frasi urlate in svedese riempiono lo spazio al di sotto della musica, scorrono lungo il perimetro del piccolo cortile che ospita questa "förfest", serata di apertura del festival, e si scontrano tra loro in una confusione minuta che finisce per riempire ogni spazio, spargendo tutt'intorno un'euforia intima e raccolta, come a regalare un'anticipazione precisa di ciò che sarà nelle prossime giornate.



Mentre guardi le tre Au Revoir Simone montare tastiere e marchingegni non puoi fare a meno di sorridere pensando che dall'ultima volta che hai visto quelle tre ragazze newyorkesi sono passate poco più di settantadue ore. Eravate all'Hana-Bi, Marina di Ravenna. Una domenica pomeriggio di mare che in questo istante sembra un ricordo di una vita passata.
Tra quel momento e questo sono accatastati più di duemila chilometri di asfalto, ore di pioggia ininterrota, una notte in bianco tra i paesaggi monotoni della Germania centrale, una colazione surreale poco dopo l'alba in una piazzola di sosta, ancora pioggia, un'ostello accogliente in un deserto e spettrale paesino della Danimarca, l'approdo in Svezia sulle note degli Shout Out Louds, i sorrisi alla vista del primo segnale stradale che indicava la direzione da prendere per raggiungere Emmaboda.
Al soundceck qualcosa non funziona. Se hai capito bene manca una sorta di trasformatore che stanno ancora usando gli Of Montreal sull'altro palco. Ma le ragazze non sembrano preoccupate né nervose, continuano a chiaccherare allegre e a sistemare, un po' maldestre, gli strumenti sui loro precari supporti.
Quando a pochi metri dalla riva dell'Adriatico gli avevate annunciato che vi sareste rivisti presto lassù in Svezia, avevano fatto facce prima stupite e subito dopo entusiaste. E quando oggi pomeriggio le avevate riviste, si ricordavano bene di voi e cerano stati nuovi sorrisi e racconti di viaggi fatti e di miglia ancora da percorrere.



Dopo la sveglia c'è stato tutto il tempo per gustare una colazione inaspettatamente buona al banchetto che il fornaio del paese ha improvvisato davanti alla sua casa, a un centinaio di metri dall'ingresso del festival. E le ragazze si sono fermate a comprare braccialetti e precari orecchini al mercatino che i bambini hanno allestito lungo la strada. Li sfoggiano adesso al sole incerto che illumina il semplice palco del Frukostpop, piccolo festival nel festival che presenta un po' di concerti in orario mattutino.
Sta suonando una band di cui non hai afferrato il nome, e sei certo che i quattro sul palco sono gli stessi che occupano una tenda scassata e piena di scritte incomprensibili non troppo lontano dalla vostra. Non sono affatto male. Ti riprometti di andare a cercare un loro demo al banco dei dischi. Ma per il momento continui a respirare la tranqillità  e l'aria semplice e rilassata di queste prime ore della giornata e continui a far vagare lo sguardo sui volti mediamente assonnati dei pochi coraggiosi che occupano i tavoli e il prato del piccolo cortile del bar.



Ricomincia a piovere e ormai non ci fai più troppo caso. Le gocce sono poche e leggere e l'ombrello, per il momento, può rimanere al suo posto. Continui a guardare il concerto dei Band In Box, colpito che la loro musica sospirata e gentile che prima sembrava perfetta sotto il tepore del sole, riesca a sposarsi pienamente anche con il grigio del maltempo.
Il pomeriggio è appena iniziato, ancora poche sono le persone che si aggirano dalle parti del palco. Alcuni, come voi, stazionano vicino alle transenne, altri invece preferiscono guardare lo spettacolo da lontano, quasi a ridosso delle prime tende. E alla tua destra, pochi metri più in là, tra gli alberi alti del bosco, due ragazze ballano luminose e silenziose seguendo concentrate la musica, incuranti delle gocce di pioggia che ora iniziano a cadere sempre più forte.



C'è stato il conto alla rovescia e c'è stata un'espolosione di coriandoli. Il palco grande fatica a contenere i balli, i cori e gli abbracci dei ventinove scalmanati che, al gran completo, danno voce a quel miracolo pop chiamato I'm From Barcelona.



Finisci di mangiare una sorta di versione svedese-maxi-vegetariana della piadina romagnola aggirandoti lento e curioso tra le tende, incurante delle gocce di pioggia che ancora una volta hanno cominciato a cadere. Bandiere, striscioni colorati, scritte a bomboletta spay e a pennarello segano i confini dei tanti camp, alcuni deserti, altri popolati di ragazzi, lattine di birra e vecchi stereo portatili a pile su cui girano cassettine dalle tracklist improbabili. Potresti giurare che da un vecchio mangianastri hai sentito uscire addirittura le note di Girls Just Want To Have Fun.
Continui a camminare dirigendo adesso verso la fine della zona di campeggio e pensi che Emmaboda è davvero qualcosa di unico e inimitabile, una combinazione irripetibile di ingredienti che strabordano ampiamente dai comuni confini del festival musicale. Un luogo, uno spirito, una tradizione e una miscela unica di spettatori entusiasti e casinisti, che uniti tra loro producono tre giorni di continuo stupore, a volte per la noncuranza della distruzione generale portata avanti senza esitazioni, a volte per la leggerezza dolce e delicata di persone, momenti, parole, immagini che si materializzano perfette e inaspettate.
La pioggia ha quasi smesso di cadere e qualche raggio di sole sembra voler finalmente uscire allo scoperto, oltre lo schermo dei temporali. E' tempo di tornare verso il palco e andare a ritrovare gli amici abbandonati per consumare la cena.
Mentre ti incammini alzi lo sguardo poco oltre le cime degli alberi sullo sfondo e quasi senza sorprenderti ti accorgi che nel cielo è comparso l'arcobaleno, curva brillante e colorata che dalle nuvole scende fino a terra e incornicia in un'istante perfetto tutto ciò che è, tutto ciò che ancora può essere Emmaboda. Afferri veloce la macchina fotografica, certo che questa sarà l'immagine che più di tutte ti restituirà il sapore di questi tre giorni spesi ai margini di un paesino sperduto nel sud della Svezia.

Scritto da matteb83 alle ore 02:45 || || commenti (5)