sabato, 30 giugno 2007

Anything but the blatant proof

Quando mi hanno chiesto di collaborare per la rivista sono stato ben felice di accettare anche il compito di gestire una column. Soprattutto perché avrei potuto farci quello che volevo.
"Photobooth" è il nome del piccolo spazio che chiude ogni numero di Sonic. Duemilacinquecento battute e una storia grande quanto una fototessera.
Al momento di scrivere per il primo numero, poco più di un anno fa, non avevo ancora idea di come avrei continuato in seguito, quali storie raccontare, da quale punto di vista, di chi parlare, di cosa.
E ho deciso di non scegliere. Meglio, ho scelto di non far decidere.
"Photobooth" potrebbe essere pezzi in sequenza più o meno ordinata di un'unica vicenda, ma potrebbero essere anche scene autonome, singole, abitate ogni volta da un protagonista differente. Spetta a chi legge trovare la prospettiva che preferisce, guardare ogni nuovo numero attraverso tutte le angolazioni che riesce a trovare.
Certo, con il passare delle uscite (e Sonic #7 è in edicola ormai da una decina di giorni) l'equilibrio si complica e scrivere  un nuovo episodio diverta sempre un poco più difficile. Ma fino a quando il divertimento di scrivere la column sarà superiore ai problemi creati, e fino a quando la clemenza della direzione permetterà, resto particolarmente orgoglioso nel vedere concesso ai piccoli quadri di "Photobooth" l'onore di chiudere ogni nuovo numero di Sonic Magazine.

Scritto da matteb83 alle ore 19:14 || || commenti
mercoledì, 20 giugno 2007

Adventures in solitude

Fissi la ruota anteriore del biciclo girare e mangiare l'asfalto fino a quando ti rendi conto che è il caso gettare uno sguardo anche all'orizzonte della strada: l'unica cosa che potrebbe mancare a questo punto è una caduta rovinosa sull'asfalto caldo delle sei e un quarto di sera.
Davanti non c'è nessuno, a parte un autubus in lontananza che potrai raggiungere nel giro di poche pedalate e superare col favore della prima fermata. Sotto i portici sfila parecchia gente, ma non gli presti la consueta attenzione, e nelle orecchie risuona il folk balcanico e malinconico degli A Hawk And A Hacksaw.
Su disco suonano molto più controllati e mansueti rispetto ai salti e alle danze che avevano inscenato alla Roundhouse la sera in cui per la prima volta li avevi conosciuti, incaricati del compito non proprio elementare di animare il pubblico in attesa del concerti dei Beirut e dei Calexico. Da quell'ultima vacanza londinese sembra passata una vita, ma il distacco e la distanza percepiti potrebbero essere solo l'effetto della pessima giornata che si appresta a finire.
Come previsto, approfitti di una sosta dell'autobus, ti sposti a sinistra e lo sorpassi senza aumentare troppo la velocità. Poco più avanti c'è un semaforo che sembrerebbe regalare una rilassante luce verde, ma che invece, non appena provi ad avvicinarti, decide di passare all'arancione e un attimo più tardi al rosso. Come si diceva, pessima giornata.
Fermo sotto a un sole caldo che non sembra aver intenzione di tramontare, fissi l'incrocio che ti si apre davanti assieme allo scorrere sporco e veloce del traffico cittadino, e l'unica cosa di cui riesci ad esser grato è aver abbandonato il posto di lavoro dopo una mattinata vuota e un pomeriggio soffocante. Hai buttato le ultime quattro ore tentando di scrivere un articolo che avrebbe dovuto essere di una semplicità elementare, arenato all'inizio del secondo paragrafo senza riuscire a procedere o a tornare indietro. Quando hai spento il computer prima di uscire dall'ufficio, le sei righe prodotte nel corso dell'intero pomeriggio campeggiavano ancora sullo schermo, odiose ed insulse.
Non aspetti che torni ad accendersi la luce verde del semaforo: quando noti che il flusso di auto che attraversa l'incrocio conosce qualche istante di pausa, ti butti veloce nel guado del tratto d'asfalto.
Hai in mente almeno quattro o cinque occupazioni differenti con cui riempire la serata, ma non sai dire se riuscirai a trovare la voglia e la volontà per mettere in atto anche uno solo di quei piani sempre ambiziosi, e ti ritrovi a temere il pericolo di gettare al vento anche le ultime ore di questa giornata inutile. Potresti provare a scirvere un post per il blog, magari. Non è mai troppo semplice raccontare il nulla.
Anche il semaforo successivo, intanto, quando sei a pochi metri di distanza, si tinge di rosso. Casa è vicina, ma la strada per arrivarci non è mai sembrata così lunga.

Photo by Steve's Traffic Light Site - Un uomo che colleziona semafori

Scritto da matteb83 alle ore 22:33 || || commenti (4)
sabato, 09 giugno 2007

I'm a Rocker (Part 2)


Poi tornare ancora all'Estragon e ritrovare sul palco delle facce conosciute, per qualche secondo diventa spiazzante.
Quando superi l'ingresso, gli A Classic Education hanno appena iniziato a suonare il secondo concerto della loro carriera. Raggiungi a passi veloci le prime file e non è difficile trovare la concentrazione adatta per ascoltare quelle neonate canzoni, alcune ancora segnate da un titolo provvisorio. Cambieranno probabilmente, subiranno aggiustamenti e miglioramenti. Pensi che forse non le ascolterai mai più come le stai ascoltando in quel momento. Pensi che sei parecchio fortunato.
Rispetto ai nomi stranieri che sono passati fino a quel momento e che ancora passeranno, vedere gli A Classic Education suonare si trasforma nell'istante in cui più ti senti vicino al palco. Magari è perché sono volti che conosci bene, magari è perché sono più o meno concittadini, magari è la certezza che li sentirai suonare tante altre volte, potrai seguirli da vicino, potrai parlare con loro: anche se è la prima volta che ascolti quelle canzoni, riesci a sentirle tue con una facilità disarmante e sorprendente.
Poi alla fine arriva l'unica conosciuta. Stay, Son spiega ogni cosa con l'immediatezza delle melodie migliori, muove in profondità con la forza di suoni vasti e parole difficili. E' un manifesto ed è solo l'inizio. E' previsione ed è attesa e speranza nel futuro.

Compare sul palco con una giacca che ti ritrovi ad invidiare immediatamente. La tiene su per un paio di canzoni, poi l'appoggia su un'amplificatore. Sotto ha un maglietta rossa.
Pettinatura tipicamente brit-pop, jeans neri e due o tre chitarre da cambiare a seconda delle canzoni.
In concerto, a questo punto, ci sarebbero i Modest Mouse. Due batterie e un impianto luci personalizzato, decorato da lanterne di scuola marinara che pendono sui lati. Isaac Brock ha un'occhio nero e uno stile da boscaiolo di Twin Peacks. Canta, sbraita, sussurra, fa le smorfie e le facce cattive. Passa in rassegna il repertorio, tra pezzi nuovi e vecchi.
Tu però guardi Johnny Marr, ne segui i movimenti, tra le luci intermittenti provi a catturare le espressioni del suo volto. Osservi il modo in cui tocca le corde della chitarra, con colpi curvi e delicati. Rotondi. E' come se quei suoni densi che escono dagli altoparlanti fossero stati arrotolati a mano, piegati con cura dalle sue stesse dita.
Non pensavi che avresti mai avuto occasione di vederlo dal vivo. Invece ora te lo ritrovi davanti, libero da ogni pretesa, lavoratore modesto, impegnato a lasciare il proprio segno in una delle più note indie-band al mondo.
Non sai bene cosa aspettarti da tutto questo. Non hai pretese, solo continui a guardarlo, continui ad ascoltare. Sai già che senza bisogno di aggiungere nulla, sarà lui a pensare a tutto il resto.

Appena prima che tutto iniziasse, Doug Martsch si era presentato sul palco, maglietta a caso e acconciatura da Enrico Beruschi, con una vecchia borsa in pelle che custodiva gli effetti per la sua chitarra. Con cura e pazienza, li aveva tirati fuori e li aveva collegati. Poi aveva accordato la sei corde.
Al suo segnale era partita Going against your mind.
Sul palco non c'è nient'altro che amplificatori e musicisti.
Vedere dal vivo i Built To Spill è finalmente ascoltare i Built To Spill, ché quello che esci fuori dai dischi è solo un'idea, una frazione, la fotografia di un singolo istante rispetto a una vita intera. Non puoi che pensare a questo, mentre di fronte a te Doug Martsch suona la chitarra come stesse liberando lo spirito della sua musica.
Concentrato, fa scorrere le dita sulla tastiera senza guardare. Ondeggia seguendo la direzione del suono, scatta quando, spinto un pedale, la distorsione si fa più ruvida e pesante. Poi canta, capace di una voce che completa ogni incastro generato dalle sei corde: parole che si impastano di schegge taglienti, frasi che si amalgamono ad onde nervose e conquistano una forza immediata e pungente.
Ogni canzone riesce a coglierti di sorpresa, nella sua veste inedita ed unica, nel suo catturare ogni emozione presente dell'aria, nel suo essere nota ma non riconoscibile.
Potresti rimanere ad ascoltare la musica che scende da quel palco per ore. E poi vorresti poterli seguire, quei cinque che stanno suonando, per scoprire che aspetto conquisteranno quelle stesse note domani, o tra un mese, o tra un anno; per scoprire quali istanti di vita, quel signore dall'aspetto trasandato che ti ritrovi di fronte, vorrà regalare e condividere la prossima volta.

Scritto da matteb83 alle ore 18:50 || || commenti
venerdì, 08 giugno 2007

I'm a Rocker (Part 1)


E' iniziato piano e a tarda ora. A mezzanotte, tra i colpi leggeri di una batteria elettronica e strati di suoni campionati.
Sul palco Mark Linkous ha un copricapo da pescatore, capelli lunghi, l'aria di chi non c'ha voglia e una maglietta Ducati Meccanica. Subito dopo le prime battute hai l'impressione precisa che il concerto sarà debole e spento. La voce sembra buttata via, ma è soprattutto il contesto, l'atteggiamento, lo sgabello da bar su cui Linkous si muove come se stesse raccontando dei suoi problemi in famiglia ad un immaginario compagno di bevute.
Poi realizzi che Sparklehorse, in fondo, potrebbe essere esattamente questo. A volte per capire davvero certa musica devi proprio ascoltarla da vivo.
Quando Linkous prende in mano la chitarra e suona le prime note hai già cambiato radicalmente l'idea iniziale.
Accompaganto da un tappeto elettronico, una seconda chitarra, quando serve, e qualche tocco di tastiera, Sparklehorse ti incanta per un'ora scarsa, lasciando dietro di sé una scia di canzoni lievi, spesso antiche, docili anche nei pochi passaggi più ritmati, mentre sullo schermo alle sue spalle passano ombre di cavalli e volano aironi e cicogne.

Lo sguardo è catturato dai due poli e non sembra volere decidersi. I due poli del palco, i due poli della musica che esce densa e profonda dagli amplificatori. Nessuna offesa per Matt Livingston che al centro, ma un po' in disparte, nelle retrovie, fa il suo lavoro morbido con il basso. Lo sguardo ondeggia tra la batteria di Mimi Parker a destra e la chitarra di Alan Sparhawk sulla sinistra. Ondeggia e segue le voci.
Le canzoni del Low escono precise una dietro l'altra, conquistano un'anima calda e vibrante che non sempre ritrovavi nei dischi. Acquistano vita, suonate dal vivo.
Mimi Parker è di fronte a te, a pochi metri di distanza. Non sorride, non guarda troppo davanti a sé. Precisa, fa cadere le bacchette su piatti e percussioni, canta dentro al microfono come stesse sussurrando, ma la sua voce esce chiara e riconosciuta.
Alan Sparhawk si muove. Fa qualche passo avanti, indietro, da un lato, dall'altro. Pochi metri di strada che bastano per contrastare nettamente l'immobilismo degli altri due sul palco. Lo vedi lontano, poco illuminato, veloce, come reso nervoso dal maneggiare la sua chitarra, dal gettare fuori quelle canzoni.
A volte guardi da una parte, a volte dall'altra.
Ma soprattutto ascolti. Ascolti fino a quando ascoltare non basta più, ché quelle voci, quelle canzoni, quella musica si rivelano così dense e profonde da pretendere di entrare più giù, di andare ad occupare ogni spazio vuoto, anche quelli davvero reconditi. Allora, semplicemente, chiudi gli occhi e smetti di guardare.

Fermi. Immobili, gli occhi fissi sugli strumenti; non un sorriso, non uno sgurardo d'intesa col pubblico. Come se solo alla musica fosse stato concesso il permesso di muoversi. E Spiderland è un album che striscia, accarezza, si alza imponente e torna sottoterra a far tremare timpani e cuore.
Gli Slint fermi come se non si fossero mai mossi da quel 1991. Solo Brian McMahon, solo quella voce neutra e recitata può permettersi di uscire dal palco, per poi rientrare quanto c'è di nuovo bisogno di lei; può addirittura permettersi qualche "Thanks" in fondo a un paio di canzoni.
La paura che ha ti ha accompagnato alla vigiglia del concerto svanisce subito: Spiderland non suona chirurgicamente come l'album che hai fatto girare centinaia di volte nello stereo, tra le pareti della tua stanza. Suona, e davvero non pensavi fosse possibile, ben più forte, massiccio, solido, robusto. Tanto duro da svelare, da mettere in piena luce ogni crepa, ogni fragilità di chi è davanti al palco a sentire. Tanto duro da far sussultare.
Quando la voce di Brian McMahon smette di uscire piatta e atarattica e si getta in quel "I miss you" finale vorresti farti piccolo, nasconderti, spargerti ovunque. Ma i piedi restano incollati alla terra, gli occhi guardano fissi le luci del palco, tremano come non mai i timpani e il cuore.

Potrebbero essere i personaggi-macchietta di un sit-com. C'è il nerd, faccia tonda e occhiali improponibili, c'è l'hawaiano, c'è quello che sembra arrivare dritto da Ibiza, c'è l'intellettuale con la maglia a collo alto e c'è quello esuberante, chitarra e capelli spettinati. Ma se i cinque li metti dietro a tastiere e diavolerie elettroniche assortite, le personalità, vere o immaginate, finiscono piccole in secondo piano, sommerse dalla cassa che pulsa e dai sintetizzatori.
Dagli Hot Chip ti aspettavi The Warning, album ascoltato a ripetizione, danzato scomposto, affrontato con vigorosi ondeggiamenti del capo e battiti di piedi sui pavimenti di camere e club. Invece dall'imponente soundsystem escono appena tre tracce del secondo lavoro per Hot Chip: il posto è riservato a un gran numero di inediti. Concerto che ha lo scopo di testare dal vivo la nuova produzione, prima di passare in sala d'incisione. Concerto più per la band che per chi la band è venuto a sentirla.
Ma non finisce per essere così spiazzante come sembra, ché le nuove canzoni, in un sintetico termine tecnico, spaccano e le danze sotto al palco fioriscono incessanti e impossibili da placare.
E in fondo basta l'attacco di Over and Over a sgombrare la mente da ogni pensiero, a farti rimbalzare contro sconosciuti sorridenti, a farti muovere scomposto, ripetendo ritornelli fino a perdere la voce.

Scritto da matteb83 alle ore 01:05 || || commenti