Passate anche le sei luminose vetrine della nota cartoleria-giocattoli e superato l'incrocio con via Siepelunga, mancavano poche centinaia di metri per raggiungere casa. Lui approfittava della rara sequenza di semafori verdi per mantenere costante e indolore il ritmo delle pedalate. Gli auricolari trasmettevano, al giusto volume, l'ultimo album dei Blood Brothers e i pensieri si rincorrevano in quella maniera anarchica e scomposta che ogni ritorno a casa a fine giornata riesce a regalare senza eccessive difficoltà.
Anni di colpi di pedale lungo le stesse strade avevano costruito nella sua mente un archivio di situazioni, intrecci e traiettorie a cui rifornirsi di continuo e in tempo reale per rendere il viaggio semplice e confortevole. Libero da imprevisti. Tutto quello che rimaneva da fare era aggiustare il percorso e la velocità a seconda delle necessità immediate. Il pilota automatico era inserito.

Dopo un fastidioso tratto in falso piano, la strada regalava un poco di discesa: rallentò la pressione sui pedali e spostò leggermente il peso verso destra per seguire la traiettoria curva del percorso. Come sempre accadeva, in quel tratto le macchine procedevano lente, incolonnate su tre corsie. Ognuna di loro contribuiva attivamente a comporre il classico traffico delle ore che precedono la cena.
Superata la piccola curva, lanciò uno sguardo veloce al semaforo che chiudeva, una settantina di metri più avanti, il breve tratto di discesa. Rosso.
Le automobili si stavano fermando una dietro l'altra, creando lunghe file vagamente ordinate. Lui, dosando la presa sulle maniglie dei freni, sfruttava lo stretto corridoio tra le auto parcheggiate lungo il bordo della strada e quelle bloccate dal rosso del semaforo. Scivolava con la sicurezza di chi ha vissuto almeno un migliaio di volte quella stessa situazione. Modulava la velocità, operava lievi aggiustamenti di traiettoria, non dimenticava di ascoltare le chitarre taglienti e le voci stridule dei Blood Brothers. Sfruttava gli ultimi metri di pendenza per dirigere senza sforzo verso l'incrocio, ultimo ostacolo prima della volata conclusiva verso casa. Oltrepassata la linea d'arresto del semaforo, avrebbe percorso ancora una decina di metri lungo la strada principale prima di svoltare di netto verso destra e prepararsi a scalare l'unico gran premio della montagna previsto dalla tappa. A quel punto il cancello di casa sarebbe distato non più di una manciata di pedalate decise.
Nell'ampio archivio di situazioni, intrecci e traiettorie affinato negli anni, la questione dello scooter che invade gli spazi, insinuandosi senza grazia tra le macchine ferme in coda è ufficialmente un classico. Procede incerto tra rombanti colpi di gas e frenate definitive, insicuro delle proprie scelte, preoccupato che l'apertura alare degli specchietti retrovisori impedisca la necessaria opera di avanzamento verso la meta.
Questa volta era il turno di un cinquantino nero. Un Piaggio dalla linea tardoadolescenziale con a bordo, chiaramente, uno sbarbo sui diciasette. Il borsone sportivo appoggiato sulla stretta base poggiapiedi raccontava che la meta, con ogni probabilità, doveva essere individuata nella piscina della zona. L'ingresso era solo pochi metri più avanti.
Lo sbarbo faceva ondeggiare il suo Piaggio attraverso le chiazze d'asfalto risparmiate delle auto in coda. Puntava indeciso al margine destro della carreggiata. Avanzava spinto da accelerazioni improvvise e si dimenava frenetico per i corridoi più stretti e complessi. Si impuntava e ripartiva senza trovare pace. Probabilmente era in ritardo.
L'ultimo ostacolo prima di raggiungere l'agognata riva destra della via era il sottile pertugio compresso tra il lunotto di una Clio rossa e il muso di una lunga familiare di un color grigio quasi nero. Passaggio stretto e insidioso, che non lasciava troppe speranze.
Una volta gettatosi impaziente nella strettoia, come previsto, lo sbarbo non era riuscito a fare molta strada. La mancanza cronica di centimetri utili lo aveva fermato quasi subito, incastrato tra le due automobili in attesa del verde. Era fermo e si guardava intorno agitato. Valutava, privo di lucidità, la situzione.
Gli si presentavano, giunto in quel punto, due opzioni e non una di più. La prima era aspettare che la Clio, magari incoraggiata da un cambio di luce del semaforo, facesse un passo in avanti. La seconda, più complessa e insicura, era tentare di superare a spinta quel paio di metri difficili e liberarsi poi definitivamente della morsa con un secco giro alla manopola del gas. Certo, se avesse scelto la seconda eventualità, avrebbe dovuto senza dubbio fare attenzione a quella bicicletta che sopraggiungeva a velocità moderata proprio da quelle parti. E magari, prima di gettarsi di scatto nello stretto corridoio libero dalle automobili, avrebbe dovuto concedere al nobile mezzo di locomozione a pedali lo spazio che meritava, lasciandolo passare.
L'impatto è secco. Spinge verso il basso e piega verso destra. La bici sembra sprofondare nell'asfalto. Il manubrio si abbassa di colpo e trascina con sè le mani che stringono, senza più alcuna utilità, le leve dei freni. Il peso si sbilancia in avanti.
Mentre cerco di pensare, riesco a sentire la ruota postieriore che si solleva lentamente da terra. Lascio la presa sulle manopole e decido di assecondare la forza centrifuga che muove verso destra. La borsa a tracolla che pende da quel lato contribuisce ad accentuare la spinta. C'è un istante in cui sono in aria. Semplicemente.
Vedo la bici che sfugge indietro, continuando a sollevarsi in un onda soffocata dalla gravità e dal peso del metallo. Vedo le auto parcheggiate a pochi centimetri, scorgo quelle ferme in fila, davanti al semaforo ancora rosso. Fisso per un attimo il bordo di pietra del marciapiede che si fa più vicino.
Il primo piede a toccare terra è il sinistro. La suola della scarpa striscia per qualche centimetro sul ghiaino del marciapiede sconnesso. Quando atterra anche il piede destro, mi ritrovo fermo sul bordo della strada. Sto fissando la recinzione di un giardino. Dietro c'è una siepe fatta di piccole foglie di un verde molto chiaro.
Mi giro verso la strada aggiustandomi gli occhiali sul naso. La ruota davanti è da cambiare e probabilmente anche il filo del freno. Il manubrio ha tenuto e anche la forcella sembra intatta.
Lo sbarbo sta cercando di sollevare da terra il suo stupido cinquantino.
Gli auricolari continuano a trasmettere, al giusto volume, l'ultimo disco dei Blood Brothers.