lunedì, 26 febbraio 2007

Well

Era tempo di cambiamenti da queste parti. L'urgenza di rinnovare questa piccola pagina web si faceva sentire da mesi, ormai. Limitare il respiro degli spazi, serrare le fila, inquadrare pensieri e caratteri. Queste le necessità. Nuovo header allora, nuova impaginazione, nuovo template. I colori restano sempre quelli. Certo, cambia il loro utilizzo.

L'occasione è stata spesa anche per gettare a mare i gracili e riottosi feed di Splinder e imbarcare un ben più solido account su FeedBurner. Dunque, per chi fa uso di uno di quei geniali marchingegni che scaricano in automatico gli aggiornamenti delle pagine web, c'è un nuovo feed di what's my name da sottoscrivere.

Il modaiolo social networking rimane sempre ben rappresentato dai bottoni di flickr e di last.fm, ai quali si aggiungono quello di del.icio.us e perfino quello della mia ampiamente trascurata pagina su myspace. Gli indirizzi Skype e MSN Messenger li tengo per me, ché non voglio essere disturbato. Se proprio dovete, c'è sempre la mail.

I post, come di consueto, continueranno ad arrivare con cadenza rigorosamente anarchica, commisurati alla quantità di cose interessanti di cui parlare, alla voglia di scriverne e al tempo che la provvidenza vorrà mettere a disposizione.

A presto, gente.

Scritto da matteb83 alle ore 00:22 || || commenti (1)
venerdì, 16 febbraio 2007

The ideal crash

Passate anche le sei luminose vetrine della nota cartoleria-giocattoli e superato l'incrocio con via Siepelunga, mancavano poche centinaia di metri per raggiungere casa. Lui approfittava della rara sequenza di semafori verdi per mantenere costante e indolore il ritmo delle pedalate. Gli auricolari trasmettevano, al giusto volume, l'ultimo album dei Blood Brothers e i pensieri si rincorrevano in quella maniera anarchica e scomposta che ogni ritorno a casa a fine giornata riesce a regalare senza eccessive difficoltà.
Anni di colpi di pedale lungo le stesse strade avevano costruito nella sua mente un archivio di situazioni, intrecci e traiettorie a cui rifornirsi di continuo e in tempo reale per rendere il viaggio semplice e confortevole. Libero da imprevisti. Tutto quello che rimaneva da fare era aggiustare il percorso e la velocità a seconda delle necessità immediate. Il pilota automatico era inserito.
Dopo un fastidioso tratto in falso piano, la strada regalava un poco di discesa: rallentò la pressione sui pedali e spostò leggermente il peso verso destra per seguire la traiettoria curva del percorso. Come sempre accadeva, in quel tratto le macchine procedevano lente, incolonnate su tre corsie. Ognuna di loro contribuiva attivamente a comporre il classico traffico delle ore che precedono la cena.
Superata la piccola curva, lanciò uno sguardo veloce al semaforo che chiudeva, una settantina di metri più avanti, il breve tratto di discesa. Rosso.
Le automobili si stavano fermando una dietro l'altra, creando lunghe file vagamente ordinate. Lui, dosando la presa sulle maniglie dei freni, sfruttava lo stretto corridoio tra le auto parcheggiate lungo il bordo della strada e quelle bloccate dal rosso del semaforo. Scivolava con la sicurezza di chi ha vissuto almeno un migliaio di volte quella stessa situazione. Modulava la velocità, operava lievi aggiustamenti di traiettoria, non dimenticava di ascoltare le chitarre taglienti e le voci stridule dei Blood Brothers. Sfruttava gli ultimi metri di pendenza per dirigere senza sforzo verso l'incrocio, ultimo ostacolo prima della volata conclusiva verso casa. Oltrepassata la linea d'arresto del semaforo, avrebbe percorso ancora una decina di metri lungo la strada principale prima di svoltare di netto verso destra e prepararsi a scalare l'unico gran premio della montagna previsto dalla tappa. A quel punto il cancello di casa sarebbe distato non più di una manciata di pedalate decise.

Nell'ampio archivio di situazioni, intrecci e traiettorie affinato negli anni, la questione dello scooter che invade gli spazi, insinuandosi senza grazia tra le macchine ferme in coda è ufficialmente un classico. Procede incerto tra rombanti colpi di gas e frenate definitive, insicuro delle proprie scelte, preoccupato che l'apertura alare degli specchietti retrovisori impedisca la necessaria opera di avanzamento verso la meta.
Questa volta era il turno di un cinquantino nero. Un Piaggio dalla linea tardoadolescenziale con a bordo, chiaramente, uno sbarbo sui diciasette. Il borsone sportivo appoggiato sulla stretta base poggiapiedi raccontava che la meta, con ogni probabilità, doveva essere individuata nella piscina della zona. L'ingresso era solo pochi metri più avanti.
Lo sbarbo faceva ondeggiare il suo Piaggio attraverso le chiazze d'asfalto risparmiate delle auto in coda. Puntava indeciso al margine destro della carreggiata. Avanzava spinto da accelerazioni improvvise e si dimenava frenetico per i corridoi più stretti e complessi. Si impuntava e ripartiva senza trovare pace. Probabilmente era in ritardo.
L'ultimo ostacolo prima di raggiungere l'agognata riva destra della via era il sottile pertugio compresso tra il lunotto di una Clio rossa e il muso di una lunga familiare di un color grigio quasi nero. Passaggio stretto e insidioso, che non lasciava troppe speranze.
Una volta gettatosi impaziente nella strettoia, come previsto, lo sbarbo non era riuscito a fare molta strada. La mancanza cronica di centimetri utili lo aveva fermato quasi subito, incastrato tra le due automobili in attesa del verde. Era fermo e si guardava intorno agitato. Valutava, privo di lucidità, la situzione.
Gli si presentavano, giunto in quel punto, due opzioni e non una di più. La prima era aspettare che la Clio, magari incoraggiata da un cambio di luce del semaforo, facesse un passo in avanti. La seconda, più complessa e insicura, era tentare di superare a spinta quel paio di metri difficili e liberarsi poi definitivamente della morsa con un secco giro alla manopola del gas. Certo, se avesse scelto la seconda eventualità, avrebbe dovuto senza dubbio fare attenzione a quella bicicletta che sopraggiungeva a velocità moderata proprio da quelle parti. E magari, prima di gettarsi di scatto nello stretto corridoio libero dalle automobili, avrebbe dovuto concedere al nobile mezzo di locomozione a pedali lo spazio che meritava, lasciandolo passare.


L'impatto è secco. Spinge verso il basso e piega verso destra. La bici sembra sprofondare nell'asfalto. Il manubrio si abbassa di colpo e trascina con sè le mani che stringono, senza più alcuna utilità, le leve dei freni. Il peso si sbilancia in avanti.
Mentre cerco di pensare, riesco a sentire la ruota postieriore che si solleva lentamente da terra. Lascio la presa sulle manopole e decido di assecondare la forza centrifuga che muove verso destra. La borsa a tracolla che pende da quel lato contribuisce ad accentuare la spinta. C'è un istante in cui sono in aria. Semplicemente.
Vedo la bici che sfugge indietro, continuando a sollevarsi in un onda soffocata dalla gravità e dal peso del metallo. Vedo le auto parcheggiate a pochi centimetri, scorgo quelle ferme in fila, davanti al semaforo ancora rosso. Fisso per un attimo il bordo di pietra del marciapiede che si fa più vicino.



Il primo piede a toccare terra è il sinistro. La suola della scarpa striscia per qualche centimetro sul ghiaino del marciapiede sconnesso. Quando atterra anche il piede destro, mi ritrovo fermo sul bordo della strada. Sto fissando la recinzione di un giardino. Dietro c'è una siepe fatta di piccole foglie di un verde molto chiaro.
Mi giro verso la strada aggiustandomi gli occhiali sul naso. La ruota davanti è da cambiare e probabilmente anche il filo del freno. Il manubrio ha tenuto e anche la forcella sembra intatta.
Lo sbarbo sta cercando di sollevare da terra il suo stupido cinquantino.
Gli auricolari continuano a trasmettere, al giusto volume, l'ultimo disco dei Blood Brothers.

Scritto da matteb83 alle ore 01:28 || || commenti (4)
martedì, 06 febbraio 2007

Voglio lo Special, amico

Ho letto Bastogne diversi anni dopo la sua attesa uscita in tutte le librerie italiche. Potrei sbagliarmi, ma è possibile che la prima lettura risalga addirittura a questo ventunesimo secolo.
Non so dire con precisione perché abbia aspettato tanto. Forse perché, e se ci si pensa è piuttosto incredibile, non ho mai trovato nessuno che me ne parlasse bene, forse perché, e questa ipotesi nella sua esoterica inessenza non la escluderei, non era ancora tempo per un libro del genere, forse perché, e qui la verità si avvicina inesorabile, quando mi ci metto so essere incredibilmente pigro.
Il punto, bando alle ciance, è che qualche anno fa ho letto Bastogne, secondo spiazzante e crudele romanzo dell'Enrico Brizzi. Ricordo di averlo divorato nel giro di pocchisimi giorni e di averlo amato nello spazio di un paio di facciate. Compreso nella suo piena cattiveria gratuita, mosso dall'inevitabilità della sconfitta complessiva, l'ho pensato immediatamente come un piccolo monumento eterno alla utopica vittoria di ogni lotta persa in partenza.
Per il decennale della pubblicazione, lo scorso 2006, è piombato nelle librerie l'ampio volume che racchiude la versione a fumetti del romanzo. Graphic novel, gente.
E a questo giro sono stato puntualissimo nell'acquisto e nella lettura.
Che Bastogne potesse uscire benissimo vestito da fumetto l'avevo immaginato immediatamente, soprattutto se affidato alle cure settantasettine dell'inchiostro di Maurizio Manfredi. Ma che il risultato potesse raggiungere queste altitudini di lucida e perfetta fusione tra le evoluzioni sintattiche e le secche sentenze del testo da una parte e l'irregolare andamento polimorfo di forme, vignette e tavole dall'altra, devo confessarlo, nemmeno lo speravo.
Ermanno Claypool, Cousin Jerry e gli altri drughi in movimento attraverso figure e stili che seguono  le loro, spesso alterate, mutazioni mentali, i richiami continui a quella cultura pop anni '80 che ricordo solo in modo sbiadito e granuloso, la Nizza bolognese degli Skiantos e dei Nabat che continua a vivere della spinta del settantasette, le droghe e le vite senza uscita, il rifiuto e i rifiuti. Fitte pagine di testi storti e montagne di vignette nere e luccicanti.
Ennesimo esempio lampante di quanto possa essere intelligentemente usato un mezzo da sempre sottovalutato come il fumetto.

Scritto da matteb83 alle ore 23:11 || || commenti
sabato, 03 febbraio 2007

Where were we (pt. 3)

Resti qualche secondo con il cellulare in mano, fissi la luce dello schermo che si spegne lentamente e lo screensaver a forma di orologio che poco dopo ricompare. Ripercorri la breve conversazione appena accaduta, le parole sempre più consistenti e solide all'altro capo, le tue risposte flebili e incredule. Hai smesso di camminare, fermo sotto un portico stretto e deserto. Nessuno in vista in entrambe le direzioni. Ancora due giorni e le vacanze natalizie saranno finite.
Provi a pensare alle conseguenze della notizia appena ricevuta ma il risultato è soltanto un'enorme confusione di mancanze, aspettative, novità, orari, burocrazia, persone, futuro.
Riprendi a camminare.
Il giorno dei colloqui non avevi particolari aspettative. Non fai fatica ad ammettere che hai partecipato più che altro perché te l'hanno chiesto gentilmente. Certo, l'idea non ti dispiaceva affatto, ma non ti eri mai fatto illusioni: avevi passato i giorni di vacanza senza pensarci più di tanto, sicuro che la graduatoria non avrebbe riservato sorprese.
Infatti la telefonata a cui hai appena risposto è tra gli eventi più sorprendenti e inaspettati che ti siano mai capitati. Un nuovo lavoro. Per almeno un anno. Un nuovo lavoro che è anche il tuo primo vero lavoro e, questa forse la cosa cui fai più fatica a credere, un lavoro pericolosamente simile a quello che avresti sempre voluto fare.
Continui a camminare tra le stradine della zona sud del centro storico. I tuoi pensieri rimbombano nella quiete silenziosa del primo pomeriggio.
Dirigi verso i viali di circonvallazione. Hai appena deciso di continuare il tuo percorso verso casa passando attraverso i prati dei Giardini Margherita.
Tra pochi giorni, pensi, dovrai cambiare di nuovo le tue abitudini. Riorganizzare le giornate secondo gli schemi di un lavoro a tempo pieno. Trovare da qualche parte le ore da dedicare allo studio e quelle da impegnare nei tuoi millemila progetti perennemente in corso d'opera.
E c'è anche la vecchia occupazione da abbandonare (la pensi proprio così, vecchia occupazione).
Ti mancheranno, ne sei subito sicuro, le persone con cui hai lavorato durante quel mese o poco più di stage part-time fuori città; ti mancherà quell'ambiente che ancora non eri riuscito a decifrare, fatto di uffici regolari affiancati ai grandi spazi della produzione.
Estrai di nuovo il cellulare dalla tasca. Fino a cinque minuti fa non avresti mai pensato di dover fare questa telefonata. Ma ora hai bisogno di un poco di chiarezza tra i tuoi pensieri. Dare la notizia a chi di dovere, spiegare cosa ti aspetta, concordare un'ultima visita per i saluti e i passaggi di consegna. Se hai imparato a conoscere i tuoi ormai ex-colleghi almeno un po', sei certo che laggiù fuori città saranno tutti contenti per te e non faranno altro che augurarti la buona fortuna di cui hai bisogno.
Raggiungi il cancello d'ingresso dei Giardini Margherita. Scorri la rubrica fino a trovare il numero da chiamare. Premi Call.

Photo by Hendrixxx

Scritto da matteb83 alle ore 21:14 || || commenti (4)
giovedì, 01 febbraio 2007

Where were we (pt. 2)

Continui a canticchiare Me and the Major dei Belle And Sebastian da quando sei sceso dall'autobus, puntualissimo, alle otto. Non c'è nessun motivo particolare nella scelta della canzone, come sempre: ti è venuta in mente d'improvviso e questo è tutto. Me and the Major ti accompagnerà almeno per tutta la mattinata e non c'è nulla che tu possa fare. Del resto, è una bella canzone e If you're feeling sinister rimane un album meraviglioso. Nulla di cui lamentarsi.
E' solo che camminando attraverso questi grandi ambienti pieni di macchinari e gente al lavoro la situazione non si dipinge troppo indie-pop. Non che l'atmosfera sia particolarmente cupa, triste, buia o fredda, ma i Belle And Sebastian che suonano qui dentro proprio non riesci ad immaginarteli.
Volti a sinistra e percorri un tratto in cui il pavimento è inclinato, una sorta di rampa che collega due stabili separati. I lati del corridoio sono sempre ornati da imballaggi di varia forma e natura. Passi da quelle parti almeno due volte al giorno, spesso anche quattro, e ogni volta perdi qualche secondo a guardare le parti lucide di mettallo risparmiate dal cellofan e dal cartone. Oggi getti anche uno sguardo attraverso la vetrata che da sui tetti degli altri edifici dell'azienda: è pieno dicembre, ma fuori c'è il sole e l'aria non sembra essere affatto fredda. Pensi che lavorerai tra quelle pareti fino ad aprile e che presto o tardi il freddo arriverà comunque. Magari anche la neve.
Prima di imboccare la porta che conduce agli uffici, decidi di prenderti due minuti per un caffè. Intorno il solito vociare, il solito via vai di persone più o meno indaffarate, più o meno ben vestite, il solito rincorrersi di clangori metallici di cui non riesci mai a decifrare la provenienza. La macchinetta ti consegna con robotica gentilezza il bicchierino di plastica. Leggi gli avvisi che sono affissi lì vicino, c'è un volantino sindacale sul TFR di cui non riesci ad afferrare più di tanto se non un tono particolarmente allarmato. In quanto tirocinante part-time hai la fortuna di non doverti preoccupare di queste cose. Almeno per ora.
La plastica accartocciata del bicchiere è nel cestino e tu stai ritornando verso la zona degli uffici. Lì i corridoi sono sempre più scuri rispetto agli spazi ampi della produzione.

Scritto da matteb83 alle ore 22:51 || || commenti