Where were we (pt. 1)
L'autobus a quell'ora buia di mattina non era mai troppo pieno: al tuo ingresso in vettura meno della metà dei posti era occupato e quando tornavi ad appoggiare i piedi sull'asfalto del marciapiede, una quindicina di chilometri più avanti, spesso eri l'ultimo rimasto a fare compagnia all'autista.
Di solito, occupavi una coppia di sedili sul fondo: sedevi in quello accanto al finestrino e appoggiavi lo zaino nel posto vicino, casomai qualche intrepido avesse avuto la balzana intenzione di accomodarsi al tuo fianco. Abbandonavi quasi subito l'idea di pescare dallo zaino qualche cosa da leggere e lasciavi correre lo sguardo assonnato prima lungo le multicarreggiata cittadine, poi verso gli spazi più ampi e perennemente pianeggianti della prima provincia.
Una volta fuori dalla città, la prima deviazione era verso la collina, unico pendio previsto dal piano di viaggio: una strada ripida e un paio di curve agili. Un grande cartello informava che la distesa incolta che ricopriva le prime pendici del colle sarà presto occupata da dozzine di villette a schiera. Immaginavi sobborghi puliti e perfetti, colorati, pop e inquietanti quanto il set di qualche film anni '90 di Tim Burton. Ogni giorno ti aspettavi di trovare qualche segno d'inizio dei lavori, una scavatrice, una ruspa o anche solo un qualche geometra con elmetto giallo d'ordinanza intento a prendere misurazioni e tracciare confini. Ma tutto è sempre rimasto uguale. Solo terra coperta d'erbacce.
Sulla cima della collina c'era un ospedale, accanto all'ingresso principale era incisa una scritta in latino: la speranza è il nutrimento della vita, o qualche cosa del genere. L'autobus faceva una fermata (qualcuno scendeva, nessuno saliva) poi invertiva la rotta attorno ad una piccola rotonda e ridiscendeva il pendio lungo la stessa strada fatta per salire.
Il groviglio di strade interne e trasversali che venivano percorse in seguito non ti è mai stato particolarmente chiaro. Passavi attraverso un paese della prima periferia, dirigendo in modo incostante ma deciso verso la sicurezza priva di curve della via Emilia. Più avanti si incontrava una scuola, probabilmente una scuola media, e alunni che si avviavano verso l'ingresso sorreggendo zaini che il più delle volte potevano pesare molto più di loro. Monovolumi e utilitarie si fermavano lungo la strada e facevano scendere ragazze e ragazzi assieme ai loro sproporzionati zaini. Potevi immaginare le solite raccomandazioni dei genitori al volante prima che lo sportello fosse richiuso dai figli ancora assonnati. Spesso le auto che si fermavano per qualche decina di secondi impedivano all'autobus di proseguire lungo la strada, ma né l'autista né i passeggeri sembravano mai spazientirsi, felicemente incuranti dei pochi secondi persi nell'attesa.
Oltre la scuola, il percorso proseguiva superando il paese: c'era ancora un quartiere residenziale da attraversare di sfuggita, ma presto le case e gli ultimi palazzi grigi si diradavano e comparivano le prime distese di terra piatta e perlopiù coltivata.
Quando il cielo non era coperto dalle nuvole o quando la pianura non era immersa nel bianco sporco della nebbia, potevi goderti quasi un chilometro di rettilineo in direzione inequivocabilmente est, fissando la sfera arancione del sole che si mostrava con la calma costante della rotazione terrestre e saliva lentamente oltre l'orizzonte.
A quel punto, la città era definitivamente alle tue spalle e le strade erano diventate solitarie e poco più che confini d'asfalto tra appezzamenti di terreni arati.
Incrociavi la via Emilia subito dopo aver superato un grande cimitero dall'architettura moderna e squadrata. Attraverso le alte e strette aperture sul muro di cinta riuscivi a scorgere di sfuggita i lumini arancioni e il bianco del marmo delle lapidi. Poi una svolta a destra immergeva l'autobus nel traffico della direttrice d'epoca romana che attraversa la regione.
Passavi piccole frazioni e un paio di paesi. Il resto erano solo campi, case coloniche in lontanza, qualche concessionario o grande magazzino e industrie. Lo sguardo restava ipnotizzato dallo scorrere quieto, silenzioso e costante della monotonia della pianura, come quando si seguono i fili dell'alta tensione lungo le ferrovie dal finestrino del treno.
Quando mancavano poche fermate alla fine del tuo viaggio, l'autobus svoltava a destra con l'intenzione di attraversare l'ultimo dei paesi previsti dal suo itinerario lungo una strada interna. Superavi il piccolo palazzo dello sport in cemento e plastica colorata, i bar e i negozi del centro, fino ad un'altra scuola, elementare questa volta: due agenti della polizia municipale presidiavano l'attravestamento pedonale all'altezza dell'ingresso, bloccando il traffico quando qualche bambino doveva superare la strada.
Più avanti il paese diradava, lasciando spazio a piccoli agglomerati di villette a schiera e facendo ricomparire il verde e il marrone dei campi.
Era a questo punto che facevi accendere il segnale luminoso che indica la prenotazione della fermata successiva, raccoglievi lo zaino, raggiungevi con tutta calma la porta d'uscita, allacciavi la lampo della giacca.
Ora non restava altro che attraversare la strada, percorrere un centinaio di metri a piedi, superare il traffico della via Emilia e raggiungere l'ingresso.
Un minuto più tardi sarebbe iniziata la tua mezza giornata di lavoro.
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