Visto dai gradini dietro Victoria Station, il tramonto cade sopra un enorme cantiere.

Grossi camion, gru, scavatrici di tutte le dimensioni, terra smossa per intere miglia quadrate. Non so quali siano i piani del costruttore, ma deve essere qualche cosa di davvero grosso.
Non fa troppo freddo, il cielo è rosa e arancione. Da quando sono arrivato a Londra non si è ancora vista una nuvola.
Da Sainsbury's ho comprato una bottiglietta di juicy water. Stando all'etichetta, dentro dovrebbe esserci limone, lime e acqua minerale. Non è male, se non altro è dissetante. Finisco l'ultimo sorso quando il cielo inizia a farsi buio e i lampioni sulla strada sono già accesi. Do uno sguardo all'orologio: devo andare a prendere la metro se voglio evitare l'ora di punta. Controllo nella tasca interna della giacca se ho il biglietto del concerto e mi alzo.
C'è sempre gente a Victoria Station, a qualunque ora del giorno. Ma ora che gli uffici stanno chiudendo, attraversare il piazzale fino a raggiungere le scale che scendono alla metro diventa impresa particolarmente complicata.

Schivo persone e valigie, impiegati, turisti e poliziotti, aggiro un chiosco che vende caffè e cookies e accelero il passo approfittando di qualche metro di spazio libero davanti a me. Afferro al volo una copia del London Paper, quotidiano serale free press, e raggiungo le scale.
Devo prendere la Victoria fino a Warren Street e poi la Northern, direzione Edgware, fino a Chalk Farm, giusto dopo Camden Town. Se tutto va bene dovrei metterci una ventina di minuti. Sono in anticipo, ma meglio così.
Metto gli auricolari, accendo il lettore mp3, apro il giornale e faccio finta di essere un inglese. Non è troppo difficile, basta non guardarsi troppo intorno, fare la faccia grigia e assonnata e fingere di essere immersi nei propri pensieri. Sulla Northern salgo in una carrozza semivuota e riesco a trovare un posto a sedere. Ascolto l'ultimo album di Beck e mi ritrovo canticchiare il ritornello di
Nausea. Il signore in perfetto completo britannico che mi siede di fronte solleva lo sguardo dalla lettura dell'Evening Standard e mi osserva per qualche secondo con un'espressione incuriosita. Sono stato scoperto: la mia finta identità inglese è saltata, ma fortunatamente siamo già a Camden. Alla prossima fermata devo scendere.
Il mio orologio segna le sei e quarantadue: manca circa un quarto d'ora prima che apra la Roundhouse e almeno quaranta minuti prima che inizi il concerto. Non ho voglia di stare fermo al freddo ad aspettare, così, mani in tasca e giacca stretta, imbocco la prima starda a destra. In lontanaza si vede un semaforo: decido di raggiungerlo e poi tornare indietro, tanto per far passare il tempo.

La strada è poco illuminata e non regala niente di interessante. Case e palazzi preceduti da giardini piuttosto anonimi,con siepi ben potate e vialetti punteggiati da qualche lampione fioco. Qualche macchina, pochi passanti lungo il marciapiede. Non riesco a capire se è questa città a influenzare l'umore di chi l'attraversa, a seconda dei quartieri e delle strade, o se ha semplicemente la capacità di rispecchiarlo alla perfezione, qualunque esso sia.
D'improvviso, una serie di espolosioni mi fanno alzare gli occhi al cielo. Fuochi d'artificio. A intervalli irregolari qualche razzo riempie di luce gialla uno spicchio di cielo nero. Non un granché come spettacolo pirotecnico. I fuochi sono piccoli e deboli, ogni tanto qualche razzo si rifiuta di esplodere e lascia solo una scia luminosa che sale in verticale e si spegne senza clamori. Il tutto dura non più di cinque minuti, poi torna il consueto silenzio.
Quando ritorno sulla strada principale si è già formata una fila ordinata di persone che dall'ingresso della Roundhouse corre per una cinquantina di metri lungo il marciapiede. Diligentemente, prendo posto dietro l'ultimo arrivato.