giovedì, 28 settembre 2006
Untitled #1
Racconti brevi, bozzetti, esercizi di stile, scarti, storie secondarie, pretesti per delineare meglio i personaggi. Tutto questo (e magari qualcos'altro) finirà, con cadenza assolutamente irregolare, in questi spazi senza titolo. Forse, in qualche modo, tutta questa roba tornerà utile alla storia che starei provando a scrivere.
Aveva alzato lo sguardo d'un tratto, come se avesse saputo con certezza che lei stava passando di là in quel momento. Aveva alzato lo sguardo e l'aveva vista. Camminava dall'altra parte della strada, lungo il marciapiede. Subito si era fermato, colpito, sorpreso di trovarla realmente lì, in quella stessa strada.
Lei aveva continuato a camminare veloce, auricolari bianchi nelle orecchie e borsa dell'Alma Mater Studiorum sotto braccio. Andavano in direzioni opposte.
Nicola attraversò veloce la strada e con qualche passo di corsa la raggiunse. Lei si voltò di scatto, un attimo prima che lui potesse allungare una mano e toccarle una spalla. Non sembrò sorpresa di vederlo.
"Ciao", disse senza alcuna emozione, sfilando dall'orecchio l'auricolare sinistro.
Nicola pensò che non era affatto pronto a vederla, non era nè il luogo nè il momento adatto.
"Non c'eri questa mattina", si limitò a dirle. La frase suono come un rimprovero sommesso.
Lei si sfilò anche l'altro auricolare, spense il lettore mp3 e lo infilò nella borsa.
Un autobus passò veloce a pochi centimetri da loro riempiendo la strada di rumore. Lei disse qualcosa che Nicola non riusci a sentire.
"Cosa?", le chiese.
"Non avevo nessuna intenzione di venire, così non sono venuta", ripetè lei accennando un sorriso infastidito.
L'autobus si stava allontanando e la strada stava tornando vuota e silenziosa.
"Quindi hai davvero intenzione di abbandonare", disse lui.
"Mi sembrava di avertelo già detto, no?", rispose lei parlando veloce, mostrando impazienza.
"Speravo che ci avessi ripensato. Lo speravo davvero". Nicola allontanò gli occhi da lei, guardò le foglie della siepe che costeggiava il marciapiede.
Lei non rispose nulla. Mosse i piedi nervosamente, come volesse andarsene al più presto.
"E poi?", disse Nicola tornando a guardarla negli occhi e non riuscendo più a controllare il tono di voce. "Poi cosa hai intenzione di fare? Hai intenzione di continuare a girare per le strade con quella borsa sotto braccio? E a fare cosa? Quali sono i progetti? Quali sarebbero i progetti?"
Aveva urlato. Si stupì di averlo fatto, di aver sentito la propria voce risuonare forte nelle orecchie.
Lei si allontanò da lui di un passo, come spaventata. Poi si irrigidì, il suo volto divenne serio e scuro.
"Dite tutti le stesse cose", disse poi, sforzandosi di mantenere un tono naturale. "Tutti le stesse identiche frasi, tutti le stesse identiche domande. Non so, vi siete messi d'accordo? O forse, cosa molto più probabile, avete davvero poca fantasia. Dev'essere così, poca fantasia, rinchiusi come siete nei vostri comodi schemini".
"Sara, è la tua vita, facci qual cazzo che ti pare, va bene?" Nicola intuiva le parole che pronunciava con qualche secondo di ritardo. Ne intuiva il significato, il volume e il tono alterato. Le intuiva giusto in tempo per poterle rimpiangere. Doveva calmarsi ora.
"Ti sto solo chiedendo di non buttare via tutto", disse alla fine cercando di riprendersi.
"Non sto buttando via un cazzo", gli urlò lei di colpo. Fece un altro passo indietro. Poi continuò a urlare altre parole. Il suono distorto della sua voce riempiva il silenzio della strada.
"Non sto buttando via niente. Non ho niente da buttare via. Smettetela di ripetermi le stesse cose. Anzi, smettetela di considerarmi, smettetela di pensarmi. Smettetela e basta. Lasciatemi vivere. Lasciatemi vivere e basta".
Aveva gridato quelle ultime parole con una tale rabbia che Nicola rimase immobile per qualche secondo.
Pensò che non l'aveva mai vista così. Pensò che credeva di conoscerla, ma probabilmente non era così. Si chiese che cosa stesse succedendo.
Sara si guardò attorno nervosamente, come se fosse preoccupata di aver disturbato qualcuno con le sue grida. Poi abbassò gli occhi al marciapiede, si voltò e riprese a camminare. Veloce.
Aveva alzato lo sguardo d'un tratto, come se avesse saputo con certezza che lei stava passando di là in quel momento. Aveva alzato lo sguardo e l'aveva vista. Camminava dall'altra parte della strada, lungo il marciapiede. Subito si era fermato, colpito, sorpreso di trovarla realmente lì, in quella stessa strada.
Lei aveva continuato a camminare veloce, auricolari bianchi nelle orecchie e borsa dell'Alma Mater Studiorum sotto braccio. Andavano in direzioni opposte.
Nicola attraversò veloce la strada e con qualche passo di corsa la raggiunse. Lei si voltò di scatto, un attimo prima che lui potesse allungare una mano e toccarle una spalla. Non sembrò sorpresa di vederlo.
"Ciao", disse senza alcuna emozione, sfilando dall'orecchio l'auricolare sinistro.
Nicola pensò che non era affatto pronto a vederla, non era nè il luogo nè il momento adatto.
"Non c'eri questa mattina", si limitò a dirle. La frase suono come un rimprovero sommesso.
Lei si sfilò anche l'altro auricolare, spense il lettore mp3 e lo infilò nella borsa.
Un autobus passò veloce a pochi centimetri da loro riempiendo la strada di rumore. Lei disse qualcosa che Nicola non riusci a sentire.
"Cosa?", le chiese.
"Non avevo nessuna intenzione di venire, così non sono venuta", ripetè lei accennando un sorriso infastidito.
L'autobus si stava allontanando e la strada stava tornando vuota e silenziosa.
"Quindi hai davvero intenzione di abbandonare", disse lui.
"Mi sembrava di avertelo già detto, no?", rispose lei parlando veloce, mostrando impazienza.
"Speravo che ci avessi ripensato. Lo speravo davvero". Nicola allontanò gli occhi da lei, guardò le foglie della siepe che costeggiava il marciapiede.
Lei non rispose nulla. Mosse i piedi nervosamente, come volesse andarsene al più presto."E poi?", disse Nicola tornando a guardarla negli occhi e non riuscendo più a controllare il tono di voce. "Poi cosa hai intenzione di fare? Hai intenzione di continuare a girare per le strade con quella borsa sotto braccio? E a fare cosa? Quali sono i progetti? Quali sarebbero i progetti?"
Aveva urlato. Si stupì di averlo fatto, di aver sentito la propria voce risuonare forte nelle orecchie.
Lei si allontanò da lui di un passo, come spaventata. Poi si irrigidì, il suo volto divenne serio e scuro.
"Dite tutti le stesse cose", disse poi, sforzandosi di mantenere un tono naturale. "Tutti le stesse identiche frasi, tutti le stesse identiche domande. Non so, vi siete messi d'accordo? O forse, cosa molto più probabile, avete davvero poca fantasia. Dev'essere così, poca fantasia, rinchiusi come siete nei vostri comodi schemini".
"Sara, è la tua vita, facci qual cazzo che ti pare, va bene?" Nicola intuiva le parole che pronunciava con qualche secondo di ritardo. Ne intuiva il significato, il volume e il tono alterato. Le intuiva giusto in tempo per poterle rimpiangere. Doveva calmarsi ora.
"Ti sto solo chiedendo di non buttare via tutto", disse alla fine cercando di riprendersi.
"Non sto buttando via un cazzo", gli urlò lei di colpo. Fece un altro passo indietro. Poi continuò a urlare altre parole. Il suono distorto della sua voce riempiva il silenzio della strada.
"Non sto buttando via niente. Non ho niente da buttare via. Smettetela di ripetermi le stesse cose. Anzi, smettetela di considerarmi, smettetela di pensarmi. Smettetela e basta. Lasciatemi vivere. Lasciatemi vivere e basta".
Aveva gridato quelle ultime parole con una tale rabbia che Nicola rimase immobile per qualche secondo.
Pensò che non l'aveva mai vista così. Pensò che credeva di conoscerla, ma probabilmente non era così. Si chiese che cosa stesse succedendo.
Sara si guardò attorno nervosamente, come se fosse preoccupata di aver disturbato qualcuno con le sue grida. Poi abbassò gli occhi al marciapiede, si voltò e riprese a camminare. Veloce.
Scritto da matteb83 alle ore 23:20 || || commenti (4)


Ti ritrovi a passare interi tragitti in autobus pensando al modo migliore di costruire un dialogo o cercando di decidere se ambientare una scena di mattina o nel primo pomeriggio; perdi interi minuti per intrecciare un periodo in modo anche solo soddisfacente (ché, già ne sei più che consapevole, il lavoro di riscrittura sarà intenso quando o forse anche più di questa prima fase di assestamento cartaceo delle idee).
Ufficialmente hai deciso già da qualche giorno che il tempo della nullafacienza è da considerarsi concluso. Deve essere incorso però qualche ostacolo nel trasmettere la notizia dalla zona del cervello che prende le decisioni a quella che le mette in atto. I neuroni incaricati di trasportare la lieta novella con ogni probabilità, per qualche ragione non ancora ben chiara, non sono riusciti a concludere il loro incarico. Noi tutti speriamo che stiano bene e che non gli sia capitato niente di grave. E' gia stata aperta un'inchiesta per indagare su questo spiacevole contrattempo.