Già da qualche minuto la luce delle prime ore del mattino filtrava attraverso le tende bianche, riempiendo lentamente la stanza di un chiarore pallido e freddo.
Mira aprì gli occhi per un attimo. Immediatamente li richiuse e restò immobile, sdraiata sul letto, avvolta per tre quarti dal lenzuolo. La retina aveva raccolto sono un'indistinta luce bianca e contorni sfuocati.
Si chiese che giorno fosse. Si chiese dove fosse. Cercò di ricordare cosa fosse successo quella notte.

Ma prima di trovare una risposta, una fitta di dolore e poi un'altra e poi ancora un'altra investirono la sua testa, come piccole morse che si stringevano con prepotenza attorno al cranio. Mira respirò forte, si liberò dell'oppressione del lenzuolo e si portò una mano sul volto. Scostò le lunghe ciocche di capelli neri che le ricadevano sul viso e appoggiò il palmo della mano sulla fronte. Rimase così per qualche secondo, un minuto forse, cercando di domare quelle punte di dolore che le si conficcavano in testa.
Era ancora distesa ad occhi chiusi senza sapere dove nè quando. Appena il mal di testa le diede un attimo di tragua, calando impercettibilmente d'intensità, si girò su un fianco e provò di nuovo ad aprire gli occhi. Di nuovo, ciò che vide furono solo contorni sfuocati. Di nuovo, le morse di dolore alla testa tornarono a farsi sentire. Si sforzò di sostenere lo sguardo fino a quando la luce non fosse diventata sopportabile e i contorni di quella stanza avessero trovato il loro senso. Si massaggiò con forza le tempie, come a voler scacciare con la violenza quei pesi opprimenti che le comprimevano la testa.
Alcune risposte iniziarono a mostrarsi. Le pareti, la porta, lo stereo con i CD impilati a fianco: era la sua stanza, quella. Non aveva chiuso le imposte e il sole dei primi giorni di giugno era entrato a svegliarla. Doveva essere mattina presto. Doveva essere sabato, o forse domenica. Sul come fosse arrivata lì, sul cosa fosse successo la sera prima, continuava ad aleggiare nebbia vaga e confusa, resa ancora più impenetrabile dal dolore alla testa che non sembrava avere intenzione di abbandonarla.
Si liberò definitivamente del lenzuolo, gettandolo sul fondo del letto. Sul pavimento erano sparsi i suoi vestiti e al suo fianco era rimasto il segno di qualcuno che le aveva dormito accanto.
I ricordi iniziarono a comporsi nella sua mente, ripercorrendo a ritroso le ore precedenti, come schizzi di una serie di scene già più volte rappresentate. Lui era carino e aveva un nome dolce, avevano scambiato qualche parola mentre l'accompagnava a casa. Il locale invece era piuttosto squallido, pieno di gente chiassosa e poco divertente, si era lamentata di questo con le sue amiche, che avevano insistito per andare fin là. L'alcol era pessimo, ma a buon mercato. L'aveva conosciuto al bancone, mentre come lei ordinava da bere. Le aveva ceduto il proprio turno per ordinare e lasciato un po' di spazio in mezzo alla calca di gente ammassata davanti al bar. Era carino e aveva un nome dolce.
Ora, senza una parola, come altri prima di lui, se n'era andato. Aveva lasciato il segno del proprio corpo sul letto e qualche ricordo di quella notte. Una volta rifatto il letto, il segno sarebbe scomparso. I ricordi sono molto più difficili da scacciare.
Mira si voltò dall'altra parte, una mano appoggiata tra la testa e il cuscino, ciocche dei suoi lunghi capelli neri cadevano a sfiorarle le braccia pallide. Era sabato, o forse domenica. Era sola.
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Scritto da matteb83 alle ore 16:57 || ||
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