sabato, 24 giugno 2006

I'm in no mood

Libri letti e da leggere. Alcuni per studio, alcuni per interesse, alcuni per colmare imbarazzanti lacune, alcuni (amo rischiare) per curiosità, altri per diletto.
Dischi che stazionano a fianco dello stereo, nel computer, tra le pieghe del lettore mp3. Dischi che continuo ad ascoltare. Dischi storti e pop, come il verde "Bitter tea" dei Fiery Furnaces. Così diretto ed energico nella sua stramba follia da convincermi a spingere più forte sui pedali anche se il caldo è quasi insopportabile. Dischi freddi e solitari. "Pet Grief" di questi Radio Dept. abbandonati da tutti o quasi. Buono per i pomeriggi passati in casa. Buono per le mattine in cui svegliarsi costa fatica, ma bisogna farlo e alla svelta e senza eccessivi traumi, ché sarà una lunga giornata. Buono per salvarsi dal non sapere cosa fare e semplicemente restare un po' ad occhi chiusi. Davvero, non è poco. Dischi indecifrabili. Sembra semplice "The eraser": nove tracce, la voce, l'elettronica. Ma conosco Thom Yorke abbastanza bene per sapere che sotto c'è molto di più. E, come volevasi dimostrare, ogni nuovo ascolto svela qualche nuovo pezzo del puzzle. Anche se non sono sicuro che la figura finale sarà qualcosa di realmente intelleggibile.
Poi un film talmente bello che in Italia non uscirà mai, scoperto grazie a un post del fidato Kekkoz. Un film del 2003 di David Gordon Green. "All the real girls", si chiama. Visto ieri pomeriggio, rivisto poco fa. Così semplice e comune nelle storie che racconta, così lucido e intenso nei quadri e nei colori da colpire forte e stordire e parlare con dolcezza.
Sono giorni, questi, che scivolano carichi di una serenità fastidiosa.
Tutto pare sotto controllo, ho bisogno di creare al più presto qualche imprevisto di cui potermi lamentare.

Scritto da matteb83 alle ore 16:47 || || commenti (5)
giovedì, 15 giugno 2006

Here are the Sonics

Tutto è filato via così limpidamente che a ripensarci suona strano e in effetti un po' di considerazioni potrebbero anche sorgere. Ad esempio, potrei intraprendere un lungo e articolato discorso sulle nuove opportunità e modalità di lavoro offerte da Internet. Certo che potrei. Potrei, ma non lo farò. Non ho nessuna voglia di annoiarmi a morte e nessuna intenzione di annoiare a morte gli abitanti di questo simpatico pianeta.
Insomma, è andata così: un bel giorno mi chiedono di collaborare a una nuova rivista musicale, il cui primo numero sarebbe dovuto uscire a metà giugno. Accetto più che volentieri. Una mail dopo l'altra, si concorda quali recensioni devo curare e si mette a punto il taglio della column che mi viene affidata. Nel giro di qualche giorno scrivo tutto e invio. Seguono l'impaginazione e altre diavolerie tecniche di cui ignoro gran parte dello svolgimento. E proprio oggi, a quanto pare, il primo numero di questo bel giornaletto dev'essere arrivato nelle edicole. Sonic Magazine, si chiama. Non ne so molto di più, anche perché ancora non ho avuto la possibilità di avere tra le mani il prodotto finito. Ma sono fiducioso, ché coloro che ci hanno lavorato sopra mi sembrano persone oltremodo abili e preparate.
E poi finalmente posso vantare un lavoro che si colloca senza fallo nel campo delle forze del bene. Non è male come sensazione.

Scritto da matteb83 alle ore 23:52 || || commenti (4)
domenica, 11 giugno 2006

Traces

Già da qualche minuto la luce delle prime ore del mattino filtrava attraverso le tende bianche, riempiendo lentamente la stanza di un chiarore pallido e freddo.
Mira aprì gli occhi per un attimo. Immediatamente li richiuse e restò immobile, sdraiata sul letto, avvolta per tre quarti dal lenzuolo. La retina aveva raccolto sono un'indistinta luce bianca e contorni sfuocati.
Si chiese che giorno fosse. Si chiese dove fosse. Cercò di ricordare cosa fosse successo quella notte. Ma prima di trovare una risposta, una fitta di dolore e poi un'altra e poi ancora un'altra investirono la sua testa, come piccole morse che si stringevano con prepotenza attorno al cranio. Mira respirò forte, si liberò dell'oppressione del lenzuolo e si portò una mano sul volto. Scostò le lunghe ciocche di capelli neri che le ricadevano sul viso e appoggiò il palmo della mano sulla fronte. Rimase così per qualche secondo, un minuto forse, cercando di domare quelle punte di dolore che le si conficcavano in testa.
Era ancora distesa ad occhi chiusi senza sapere dove nè quando. Appena il mal di testa le diede un attimo di tragua, calando impercettibilmente d'intensità, si girò su un fianco e provò di nuovo ad aprire gli occhi. Di nuovo, ciò che vide furono solo contorni sfuocati. Di nuovo, le morse di dolore alla testa tornarono a farsi sentire. Si sforzò di sostenere lo sguardo fino a quando la luce non fosse diventata sopportabile e i contorni di quella stanza avessero trovato il loro senso. Si massaggiò con forza le tempie, come a voler scacciare con la violenza quei pesi opprimenti che le comprimevano la testa.
Alcune risposte iniziarono a mostrarsi. Le pareti, la porta, lo stereo con i CD impilati a fianco: era la sua stanza, quella. Non aveva chiuso le imposte e il sole dei primi giorni di giugno era entrato a svegliarla. Doveva essere mattina presto. Doveva essere sabato, o forse domenica. Sul come fosse arrivata lì, sul cosa fosse successo la sera prima, continuava ad aleggiare nebbia vaga e confusa, resa ancora più impenetrabile dal dolore alla testa che non sembrava avere intenzione di abbandonarla.
Si liberò definitivamente del lenzuolo, gettandolo sul fondo del letto. Sul pavimento erano sparsi i suoi vestiti e al suo fianco era rimasto il segno di qualcuno che le aveva dormito accanto.
I ricordi iniziarono a comporsi nella sua mente, ripercorrendo a ritroso le ore precedenti, come schizzi di una serie di scene già più volte rappresentate. Lui era carino e aveva un nome dolce, avevano scambiato qualche parola mentre l'accompagnava a casa. Il locale invece era piuttosto squallido, pieno di gente chiassosa e poco divertente, si era lamentata di questo con le sue amiche, che avevano insistito per andare fin là. L'alcol era pessimo, ma a buon mercato. L'aveva conosciuto al bancone, mentre come lei ordinava da bere. Le aveva ceduto il proprio turno per ordinare e lasciato un po' di spazio in mezzo alla calca di gente ammassata davanti al bar. Era carino e aveva un nome dolce.
Ora, senza una parola, come altri prima di lui, se n'era andato. Aveva lasciato il segno del proprio corpo sul letto e qualche ricordo di quella notte. Una volta rifatto il letto, il segno sarebbe scomparso. I ricordi sono molto più difficili da scacciare.
Mira si voltò dall'altra parte, una mano appoggiata tra la testa e il cuscino, ciocche dei suoi lunghi capelli neri cadevano a sfiorarle le braccia pallide. Era sabato, o forse domenica. Era sola.

Thanks mia_mia for the photo

Scritto da matteb83 alle ore 16:57 || || commenti (3)
mercoledì, 07 giugno 2006

Yeah we know

Dinosaur Jr.
Era dai tempi delle medie che desideravo vedere quei tre tizi su un palco, dai tempi in cui una C90 con "Bug" sul lato A e "You're living all over me" sul lato B girava in un mangiacassette totalmente lo-fi, appoggiato sul tavolo, mentre fingevo di studiare algebra o educazione tecnica o chissà quale altra materia dimenticata.
Una decina di anni dopo, sul palco dell'Estragon, trovo proprio quei tre tizi. E suonano proprio le canzoni di quella cassetta. Sono in prima fila, dietro di me si agita del sano pogo scomposto e la lucidità devo averla dimenticata a casa o in macchina o per strada.
Murph, così senza capelli, pensavo fosse un tecnico del palco finché non ha iniziato a pestare sulle pelli e contribuire pesantemente al frastuono generale. Lou Barlow, rispetto al concerto solitario-intmista al Covo di tredici mesi fa, sembra ringiovanito di una decina d'anni. Saranno le luci insensate e discotecare, sarà il taglio di capelli uguale a quello che sfoggiava sul finire degli 80s, sarà la mancanza di pietà con cui martella le quattro corde del suo Rickenbacker, ma è nettamente il più in forma dei tre. E poi è sempre stato il mio preferito. J Mascis ha messo su qualche chilo di troppo, sfoggia capelli completamente bianchi che arrivano a metà braccio e una felpa azzurra con scudetto tricolore e la scritta "Italia" sul retro che completa al meglio l'immancabile e fondativa immagine da loser e/o anti-rockstar.
Non mi è mai stato particolarmente simpatico, J Mascis. Però, da qui, sotto al palco, non posso non considerare che ha (ancora) quella voce lì. E a sentirla, quella voce lì, piena della rabbia svogliata e inutile di chi ha perso la partita in partenza ma si ostina a volerla giocare, a sentirla gettata nel microfono con la giusta dose di noncuranza, a sentirla, antipatia, simpatia, tagli di capelli, educazione tecnica e tutto il resto diventano pensieri galleggianti a mezz'aria che perdono il loro aggancio con le elucubrazioni logiche e paranoiche che li avevano generati e si dissovolvono lentamente nel rumore.
Ascoltando ancora una volta quelle canzoni, ascoltandole per la prima volta dal vivo, ascoltandole suonate con la foga di chi a quelle canzoni crede adesso come vent'anni fa, ascoltando quei colpi di batteria, quel basso saturo, quella chitarra piegata e accartocciata dagli effetti, sento che questa musica ancora mi appartiene. Non sono cambiato dai tempi delle cassette e dei compiti di educazione tecnica. A volte vorrei esserlo, a volte fingo di esserlo, ma non sono cambiato. Quella musica ha lo stesso valore oggi come allora. Non è "operazione nostalgia" e non sono qui per "ascoltare con orecchie consapevoli il suono che ha posto le fondamenta per il rock indipendente e bla bla". Cazzate. Sono qui perché questa musica, oggi come allora, aiuta a ricordarmi chi sono. E di questi tempi, davvero, ho bisogno di saperlo.


Scritto da matteb83 alle ore 17:01 || || commenti (3)
sabato, 03 giugno 2006

2 rights make 1 wrong

La cosa complicata non è tanto fare il primo passo. La cosa complicata è decidersi a farlo. L'esecuzione diventa uno scherzo una volta rotti gli indugi.
Le ultime settimane sono passate all'insegna di questa infallibile regola e marcate dalla difficoltà, da parte del sottoscritto, nel metterla in pratica. In tutti i campi.
E quando riesce finalmente a metterla in pratica, a far rotolare giù il primo sassolino e lasciare che la forza di gravità faccia il resto in automatico, il sottoscritto ha anche il coraggio di autocompiacersi e sorridere per interi minuti.
Dev'essere proprio questo l'errore fatale. L'ondeggiare pericolosamente ubriaco del livello di autostima: dall'incredibilmente basso alla presunzione di infallibilità.
Evitando gli intermedi, sarebbe forse utile scegliere tra uno dei due una volta per tutti.
Ma, in effetti, sarebbe una scelta inutile. Il sottoscritto così è fatto e forse l'unica mossa consigliabile è che impari a conoscersi.
Studiare le strategie del nemico è sempre un'ottima tattica se si vogliono vincere le guerre.

Scritto da matteb83 alle ore 00:22 || || commenti (6)