Curtainfall

Alla fine il lago era proprio come te l'eri immaginato, persino troppo simile all'idea che ne avevi prima di partire. Per questo, una volta arrivato, hai prestato un'attenzione rapida e distratta allo specchio piatto dell'acqua che luccicava sotto il sole, alle piccole onde formate dal vento leggero che si infrangevano sulle rive dense, cariche di sporcizia. Invece, hai spostato subito lo sguardo più in alto, verso le colline verdi che racchiudono l'ovale irregolare del lago. Colline dal profilo ondulato ma assolutamente massicce, come pietre disposte, per delimitare una pozzanghera, appoggiate una accanto all'altra per non far traboccare neanche una goccia. Ti sei seduto su una panchina, circondato dalla folla domenicale che invadeva le rive, e sei rimasto qualche minuto a fissare gli alberi lontani e il paesaggio. Il cielo era azzurro, attraversato da qualche nuvola bianca. Con l'immaginazione le hai raccolte tutte in un unico grande cumolonembo, appoggiato sull'orlo di un enorme calice di cristallo.
La popolazione che staziona nel tuo stesso vagone è particolarmente silenziosa, sarà che ormai è sera, sarà che è domenica, sarà che, come te, sono tutti un po' stanchi. Il distinto signore che ti siede accanto, da quando avete abbandonato i binari della stazione, non ha staccato gli occhi dal Corriere della Sera, mentre la donna che sta nel posto di fronte al tuo non ha ancora fatto niente: ogni tanto guarda fuori dal finestrino, ma per la maggior parte del tempo fissa un punto nel vuoto situato poco al di sopra della tua spalla destra. Nei quattro posti paralleli, oltre lo stretto corridoio che taglia in due la carrozza, una ragazza sta mangiando una mela e di fronte a lei un uomo calvo continua ad armeggiare con il cellulare da almeno mezz'ora. Le uniche voci provengono da due ragazze sedute dietro di te, ma non hai voglia di sentire di cosa stanno parlando. Apri la borsa e prendi il lettore mp3. Il disco di Kazumasa Hashimoto sembra particolarmente adatto per accompagnare gli ultimi quaranta minuti di viaggio.
Arrivato all'ultimo ambiente della mostra, quello con i disegni, le foto, le piccole sculture e le indecifrabili lettere scritte rigorosamente in francese, sei tornato indietro. Indietro fino alla prima sala, dove nuovi visitatori continuavano a entrare a ritmo incessante. Hai voluto rigurdare tutti i dipinti che più ti erano piaciuti. Non pochi, insomma. Ma non saresti mai riuscito a stancarti di quelle immagini tanto pienamente poetiche, di quegli oggetti tanto fuori posto, tanto fuori logica da rivelare la loro essenza più profonda, da rivelare, negli intrecci delle composizioni, significati così elementari e tanto alti allo stesso tempo. Hai fatto davvero fatica a distogliere lo sguardo da quelle foglie che si tramutano in uccelli, o forse da quegli uccelli che diventano foglie, o forse dall'idea ugualmente volatile e comune di foglie e uccelli. E quelle sullo sfondo potevano anche essere le colline che hai visto appena prima di entrare, le enormi pietre che delimitano i confini del lago.
Il treno, stranamente, è quasi puntuale. La stazione di Bologna è sempre uguale a se stessa e fuori il sole è tramontato già da un po'. Ritrovi luoghi del tutto familiari, ma per qualche tempo, ne sei sicuro, ti sentirai come un qualche personaggio con la bombetta che aleggia impassibile, totalmente fuori dal suo contesto naturale.


Dei 