giovedì, 18 maggio 2006

Curtainfall

Per qualche secondo segui la coppia di cavi elettrici sospesi a fianco delle rotaie. Scorrono veloci in una parabola perfetta e monotona. Scendono dolcemente e risalgono la curva fino al traliccio successivo, in un'onda costante che scompare solo quando decidi di abbandonare il primo piano e concentrarti sul paesaggio. Da più di un'ora e mezza, ormai, ti sei lasciato le Prealpi alle spalle e il treno continua a scivolare inesorabilmente verso sud. Fuori dal finestrino ci sono campi, pianura, qualche casa, di tanto in tanto passa una piccola stazione. Il sole non resterà acceso ancora per molto, la tua gita fuori città volge al termine.
Alla fine il lago era proprio come te l'eri immaginato, persino troppo simile all'idea che ne avevi prima di partire. Per questo, una volta arrivato, hai prestato un'attenzione rapida e distratta allo specchio piatto dell'acqua che luccicava sotto il sole, alle piccole onde formate dal vento leggero che si infrangevano sulle rive dense, cariche di sporcizia. Invece, hai spostato subito lo sguardo più in alto, verso le colline verdi che racchiudono l'ovale irregolare del lago. Colline dal profilo ondulato ma assolutamente massicce, come pietre disposte, per delimitare una pozzanghera, appoggiate una accanto all'altra per non far traboccare neanche una goccia. Ti sei seduto su una panchina, circondato dalla folla domenicale che invadeva le rive, e sei rimasto qualche minuto a fissare gli alberi lontani e il paesaggio. Il cielo era azzurro, attraversato da qualche nuvola bianca. Con l'immaginazione le hai raccolte tutte in un unico grande cumolonembo, appoggiato sull'orlo di un enorme calice di cristallo.
La popolazione che staziona nel tuo stesso vagone è particolarmente silenziosa, sarà che ormai è sera, sarà che è domenica, sarà che, come te, sono tutti un po' stanchi. Il distinto signore che ti siede accanto, da quando avete abbandonato i binari della stazione, non ha staccato gli occhi dal Corriere della Sera, mentre la donna che sta nel posto di fronte al tuo non ha ancora fatto niente: ogni tanto guarda fuori dal finestrino, ma per la maggior parte del tempo fissa un punto nel vuoto situato poco al di sopra della tua spalla destra. Nei quattro posti paralleli, oltre lo stretto corridoio che taglia in due la carrozza, una ragazza sta mangiando una mela e di fronte a lei un uomo calvo continua ad armeggiare con il cellulare da almeno mezz'ora. Le uniche voci provengono da due ragazze sedute dietro di te, ma non hai voglia di sentire di cosa stanno parlando. Apri la borsa e prendi il lettore mp3. Il disco di Kazumasa Hashimoto sembra particolarmente adatto per accompagnare gli ultimi quaranta minuti di viaggio.
Arrivato all'ultimo ambiente della mostra, quello con i disegni, le foto, le piccole sculture e le indecifrabili lettere scritte rigorosamente in francese, sei tornato indietro. Indietro fino alla prima sala, dove nuovi visitatori continuavano a entrare a ritmo incessante. Hai voluto rigurdare tutti i dipinti che più ti erano piaciuti. Non pochi, insomma. Ma non saresti mai riuscito a stancarti di quelle immagini tanto pienamente poetiche, di quegli oggetti tanto fuori posto, tanto fuori logica da rivelare la loro essenza più profonda, da rivelare, negli intrecci delle composizioni, significati così elementari e tanto alti allo stesso tempo. Hai fatto davvero fatica a distogliere lo sguardo da quelle foglie che si tramutano in uccelli, o forse da quegli uccelli che diventano foglie, o forse dall'idea ugualmente volatile e comune di foglie e uccelli. E quelle sullo sfondo potevano anche essere le colline che hai visto appena prima di entrare, le enormi pietre che delimitano i confini del lago.
Il treno, stranamente, è quasi puntuale. La stazione di Bologna è sempre uguale a se stessa e fuori il sole è tramontato già da un po'. Ritrovi luoghi del tutto familiari, ma per qualche tempo, ne sei sicuro, ti sentirai come un qualche personaggio con la bombetta che aleggia impassibile, totalmente fuori dal suo contesto naturale.

Scritto da matteb83 alle ore 01:03 || || commenti (4)
venerdì, 05 maggio 2006

The silence is made with sound

Dei No Use For A Name c'è una canzone a cui sei particolarmente affezionato. Si chiama Invincible ed è la seconda traccia di "Making friends", album uscito nell'ormai lontano '99. Sarà perché ha uno dei riff più divertenti e appiccicosi possibili o sarà per quel testo veloce e diretto, ma affatto scontato e immediato, Invincible per te ha rappresentato l'essenza di quello che una volta si chiamava hardcore melodico e che oggi sembra completamente scomparso o quasi. E lo rappresenta tutt'ora.
Mercoledì sera, in un Estragon che forse ti aspettavi più popolato (ma poi ti sei ricordato che non è più il '99...), è stato il terzo pezzo suonato dai No Use. Ti sei gustato il concerto dalla prima fila, a un paio di metri dal palco, incurante del pogo sgraziato dei sedicenni invasati, scattando foto compulsivamente e stupendoti di ricordare ancora a memoria gran parte dei testi. Invincible l'hai cantata urlando insieme a Tony Sly e a tutti gli altri e mentre ripetevi ancora una volta i versi di quel testo, hai avuto la netta sensazione di avere finalmente capito cosa significa quell'ultimo ritornello. Pretend you're invincible, there's no one / to tell you that it's wrong / they're all just as scared as I am / it's over someday / soon it won't be long.
Parla di te.


Scritto da matteb83 alle ore 12:17 || || commenti (7)
martedì, 02 maggio 2006

The great escape

Calma. Respirare. Questo dannato albergo non deve essere troppo diverso da tutti gli altri dannati alberghi. Piani tutti uguali, corridoi, porte delle camere sui lati, ascensori, scale. E poi, per dire, in basso, al piano terra, dovrebbe anche esseri un'uscita, una dannata porta per lasciare queste stupide mura. La ricordo bene. E' la porta da cui sono entrato, neanche troppo tempo fa. C'è anche una hall niente male,  tutto molto invitante. Sarebbe un posto niente male se solo uno non ci si ritrovasse intrappolato dentro.
Respirare. Siamo razionali. E' un albergo come tutti gli altri. Come sei entrato puoi uscirne. Non funziona sempre così? Dipende tutto da te. Calma.
Eppure non ci riesco, cazzo. Da quanto ci sto provando inutilmente? Non lo so neanche più. E non c'è nessuno. Tutti questi corridoi e nessuno a cui chiedere. Tutte queste porte chiuse come se non dovessero aprirsi mai. A parte una. Sempre quella, aperta su una stanza meravigliosa. Intendiamoci, mi piace quella stanza, adoro starci, ma non posso, davvero non posso ritrovarmi ogni volta qui davanti, di fronte a questa unica porta aperta. Ho bisogno di uscire. E poi magari posso anche tornare, ma prima ho bisogno di potermene andare. Quella stanza presto finirà per non piacermi più e allora davvero non so cosa potrebbe succedermi. Dannazione.
Respirare. Calma. Sono qui davanti. Davanti a questa porta aperta. Non devo far altro che camminare fino alla fine del corridoio e prendere le scale.
No, le scale no. Ho già provato, le scale no. Sono sceso veoce per le rampe, facendo i gradini a due a due, a tre a tre, saltando, correndo fino a sentire l'aria bruciarmi in gola e cosa ho ottenuto? Ancora questo dannato corridoio, ancora questa stanza. Bellissima. Ma devo andarmene, trovare un'uscita.
Calma. Proverò ancora con l'ascensore. Esattamente come ho già fatto non so quante altre volte. Non importa, so che dipende da me. dipende solo da me. Andiamo. Proviamoci. Respirare.
Cammino lungo il corridoio, fino alla porta di metallo nero. Premo il bottone e la spia si illumina di rosso. Ci sono, fino a qui è stato facile.
Ecco, le porte si aprono. Dentro, come sempre, non c'è nessuno. Non devo far altro che premere il tasto per raggiungere il piano terra.
Partito, sto scendendo. E' fatta, cazzo. Questa volta ci sono.
Arrivato, le porte scorrevoli si sono riaperte. Di fronte c'è solo un muro spoglio. Potrei essere dovunque, anche nella hall. A due passi dall'uscita. Devo farmi coraggio, guardare fuori, sporgere fuori la testa, individuare la porta e uscire. Facile. Poi magari torno, ma prima ho bisogno di sapere come si fa a uscire.
Okay. Ora mi sporgo fuori e guardo.
Cazzo. Un corridoio. Un corridoio pieno di porte, tutte chiuse tranne una. Tranne quella di una stanza che conosco ormai piuttosto bene. Sono ancora qui. Dannazione!
Un momento. Una persona. C'è una persona laggiù, vicino alle scale!
"Ehi!"
Niente.
"Ehi, senti so che come domanda suona strana, ma esattamente come si raggiunge l'uscita di questo simpatico albergo?"
Non mi risponde. Resta ferma e non mi risponde. Mi guarda e non mi risponde. Sorride, nient'altro.
"No, aspetta! Ferma!"
Sta scendendo le scale!
Calma. Sono pochi metri, ora la raggiungo. Corro fino alle scale. Mi affaccio. Respira.
Eccola sta scendendo di corsa. E' veloce ma le sto dietro. Calma. Respira.
Rampa dopo rampa, un piano, due piani, tre. E ora cosa fa? E' uscita su un corridoio, non devo perderla: è l'unica persona che ho visto qua fuori. Da sempre.
Eccola laggiù, ha svoltato a destra.
"Ehi! Ascolta, puoi fermarti solo un atti..."
L'uscita. Questa è la hall. E' esattamente la hall e quella è l'uscita. Il bancone, i divani, le piante. E' la hall e laggiù c'è la porta.
Cammino e non c'è nessuno nei paraggi, la mia guida è sparita. Forse è uscita. Magari adesso esco ed è lì fuori ad aspettarmi. Cammino e tutto dovrebbe sembrarmi strano o surreale o incantato o qualche dannata cosa del genere. E invece è tutto perfettamente normale: attraverso una normalissima hall d'albergo, la fotocellula mi vede e la porta scorre silenziosa scomparendo verso sinistra. Esco.
Presto rientrerò.


Scritto da matteb83 alle ore 11:03 || || commenti