sabato, 22 aprile 2006

Auto rock

Poi vengono abbandonate per qualche minuto le tastiere e l'elettronica, e al fianco di batteria e basso compaiono sul palco tre chitarre.
Canzone rock, musica post-rock, frastuono. Le prime note di Glasgow Mega-Snake fanno tremare l'aria e il pavimento, le vibrazioni arrivano al soffitto.
Quelle corde smosse, passate per distorsori, collegate da fili elettrici fino ad uscite audio tuonanti, suonate da cinque figure quasi impassibili che sembrano scomparire dietro le onde sonore. Guardano davanti a loro, rivolti verso il pubblico accalcato e indistinto, si muovono poco come seguissero l'immagine rallentata del flusso di note, come se volessero accompagnarle col corpo, aiutarle a uscire fuori dagli stumenti, liberarle, indirizzarle verso questa realtà.
Il gioco d'intrecci delle chitarre cresce fino a un apice di rumore che sembra azzerare ogni cosa dentro alla sala e forse anche fuori, una scossa, un balzo, un'impatto inaspettato che non si riesce a sentire nella versione su disco, che esce solo suonata dal vivo, solo ascoltandola attraveso un impianto audio stremato, portato al limite delle proprie capacità. I cinque Mogwai sanno quello che fanno, suonano insieme, ognuno compreso nell'azione degli altri quattro.
Le luci sono scure, il rumore sembra quello del vuoto.

Scritto da matteb83 alle ore 18:34 || || commenti (4)
martedì, 18 aprile 2006

Technicolor

Da quassù la vista è nuova e splendente a trecentosessanta gradi. Domina il verde nelle sue potenzialmente infinite sfumature primaverili: steso sui campi e sui prati delle colline, fissato sulle foglie degli alberi e sugli aghi appuntiti dei sempreverdi, spruzzato, pare, anche nell'aria, a rendere più azzurro il cielo.
Il terrazzo non è grande, ma diventa enorme quando si abbraccia con lo sguardo tutto quello che offre agli occhi.
Lontano, a sinistra, c'è il parco sul quale hai passato infiniti pomeriggi, da solo a camminare o sdraiato sull'erba, o con qualcuno a parlare e scherzare. Ci sono gli alberi sotto ai quali ti sei riparato durante un temporale di quelli improvvisi e impietosi. Da sotto quegli alberi, non eri solo, avete visto una rana saltellare allegra in mezzo a quel prato che nel giro di pochi minuti era diventato, appunto, uno stagno. In quel parco fino a poche settimane fa passavi i tuoi pomeriggi a studiare sotto al sole non ancora troppo caldo degli ultimi giorni di marzo. Ora, riesci a scorgere le persone, sedute a gruppi sull'erba, vedi i cani scorrazzare e divertirsi a seminare i loro padroni. Da quassù sembra anche più bello e vero.
Sulla destra dovrebbe esserci la città, ma quasi non si vede. Si scorge qualche tetto, ma il resto è coperto dalle foglie e dai rami degli alberi. Vicino ci sono altre case, tutte più basse o più in basso, tutte silenziose. Gli unici rumori sono i canti e i versi degli uccelli che da queste parti davvero non devono essere pochi, e qualcuno pare anche piuttosto grande, nero e vagamente minaccioso.
Dall'altro lato, del resto, ci sono colline, c'è la valle che si apre attorno a un torrente, ci sono i verdi più chiari che virano sempre più scuri man mano che si sale verso le cime rotonde, rese innaturalmente puntute da qualche antenna radio-tv. Da quelle parti, a poche migliaia di metri dal traffico, si parla ancora di volpi predatrici e animali curiosi che attraversano, senza troppi spaventi, le strade strette dall'asfalto crepato.
A sinistra, un'intera collina è ricoperta di un verde tanto brillante da sembrare levigato. Pare non ci sia una via o qualche passaggio conosciuto per raggiungere quel posto smeraldo, e ovviamente hai già messo in programma la volontà di arrivarci, laggiù. Un modo lo troverai.
Più vicino, sulla destra, riesci a vedere una porzione di una piccola strada privata: è il punto in cui l'asfalto scuro fa una piega verso destra. All'altezza della curva, sul bordo, c'è una catasta di legna. Pezzi non troppo lunghi, ben tagliati e impilati a formare quasi un cubo. Poco prima c'è una panchina e lì seduta una signora anziana in un vestito nero. E' immobile, raccoglie i raggi del sole che filtrano attraverso gli aghi dei grandi abeti.
Anche voi prendete le sedie, e tra quei verdi infiniti resterete a parlare per ore, fino a quando il sole non deciderà di abbassarsi al di là delle colline, facendo l'aria più fresca e confondendo le sfumature.

Scritto da matteb83 alle ore 00:23 || || commenti (2)
martedì, 11 aprile 2006

Can't make a sound

Sei arrivato fin lì, attraversando in autobus tutta la città, per un'intervista, e ora che hai trovato la strada e il posto, ti accorgi di essere un quarto d'ora in anticipo. Come sempre, decidi di far passare il tempo vagando per strade e giardini di un quartiere che non conosci, scrutando i passanti alla ricerca curiosa di storie e risposte.
Ti incammini per questa via larga e deserta, costeggi un enorme cantiere. Stando al cartello dei lavori, dovrebbe sorgere un palazzo enorme, non brutto, ma tutto sommato anonimo. Uguale agli altri lì attorno.
Dall'altro lato della strada, l'unico segno di vita: un bar con un paio di tavolini sotto al portico, occupati da un gruppo di anziani impegnati in chiacchere. Il barista è in piedi davanti alla porta, si pulisce le mani nel grembiule bianco-sporco. Anche lui partecipa animatamente alla conversazione. Sembra l'unico nucleo di vita da queste parti, per il resto c'è solo il silenzio spezzato di tanto in tanto dal passaggio di un'automobile.
La strada porta a una rotonda, più avanti vedi solo campi e pianura. Imbocchi un paio di vie a caso, stando attendo a non allontanarti troppo dal luogo dell'appuntamento, e ti ritrovi in questa strada a due passi dalla via Emilia, che sembra la periferia di un paese di campagna negli anni '70.
L'asfalto è crepato, ai bordi terra battuta, ghiaia e qualche coraggioso filo d'erba. Ancora, non si vede anima viva. Le facciate delle case sono scrostate, solcate a volte da qualche crepa.
Sono case basse, circondate di solito da un piccolo giardino cui si accede da un cancellino arrugginito. Dentro, vedi qualche sedia scrostata e provata dall'umidità, ferraglia ammassata senza troppo criterio e, a volte, qualche giocattolo, macchie di colori innaturali sul verde poco convinto dell'erba che cresce a ciuffi qua e là.
A destra, passi davanti a un piccolo casolare abbandonato. Una sbiadita striscia bianca e rossa tutto attorno segna il divieto di accesso e un cartello informa del pericolo di crollo. Sulla facciata, appena sopra la porta d'accesso, ancora campeggia il tondo giallo e nero che segnalava la presenza di un telefono pubblico: la cornetta stilizzata, i cerchi nella parte alta, in basso la scritta "Teleselezione".
Cento metri più avanti puoi vedere di nuovo la via Emilia scorrere nel suo traffico incessante. Prima di raggiungerla superi un altro bar, vuoto questa volta. Guardi dentro, ma il barista non si vede. Le uniche voci, gli unici volti sono quelli dei manifesti politici che pendono dai muri, strappati e scollati.

Scritto da matteb83 alle ore 23:29 || || commenti (1)
giovedì, 06 aprile 2006

Blinded by noise

Mothers Against Noise. Noto questo link tra gli "Ads by Google" nella mia pagina di Lasf.fm.
Pensando a un gruppo di rock demenziale, sulla scia dell'intramontabile anthem "Sono un ribelle, mamma", clicco curioso.
E invece il titolo è letterale.
Il sito è gestito davvero da un gruppo di madri, con evidenti problemi di comprensione della società contemporanea (per non parlare della comprensione della musica contemporanea), che si battono contro la "musica rumorosa", responsabile, a quanto pare, delle più terribili malefatte: ribellione, violenza, nichilismo, evasione dalla reltà, droga, alcolismo, perversioni sessuali, auto mutilazioni (auto mutilazioni?), suoni dissonanti e offensivi, relazione con l'occulto, rifiuto di Dio e dell'autorità, partecipazione a sette, terrorismo (terrorismo?).
Divertito, do un'occhiata al resto del sito e scopro collegamenti a caso (siti sull'inquinamento acustico? Il manifesto del Futurismo di Marinetti?) e addirittura una tre giorni di proteste a New York.
Esilarante la sezione "Parent stories": "Donne, vi chiedo perfavore di guardare nelle camere dei vostri figli o figlie e controllare a quale musica e a quali film si espongono. (...) Non voglio che mio figlio diventi un pervertito".
A questo punto, ovviamente, dirigo alla pagina che si prospetta più interessante: la temibile "Bands Watch List". E le sorprese non mancano.
La lista del pericolo sonoro oscilla tra nomi scontati (Slipknot, vabbè), ricerca puntigliosa (Lightning Bolt, Wolf Eyes, Dead Machines, queste mamme indubbiamente ne sanno), sconosciuti terroristi (Magic Markers? Costes? Metalux?) e gente che, per dire, ha fatto la storia della musica (Radiohead! John Cage!!).
Come scherzo, devo ammetere che non è niente male.
Perché è uno scherzo, vero?
Nel dubbio vado a rispolverare le vecchie cassette dei Pantera.
Non le ascolto più da quando andavo alle medie e volevo fare il terrorista.


Scritto da matteb83 alle ore 12:46 || || commenti (2)