giovedì, 30 marzo 2006

Only this moment

Così, passati quei tre minuti e le poche frasi stentate che si erano scambiati tra i locali della biblioteca, arrivava il momento di salutarsi. Lei si sarebbe incamminata verso casa, lui sarebbe tornato in sala studio a cercare di preparare l’esame imminente. Di lì a qualche giorno si sarebbero rivisti, sicuramente dopo il week-end. Niente Casablanca, dunque. I saluti epici erano clamorosamente fuoriluogo.
Ogni volta che si erano visti, in quei mesi, ogni volta immancabilmente, al momento di lasciarsi era calato un imbarazzo gentile, quasi un ringraziamento silenzioso per gli istanti di tempo sospeso che avevano trascorso insieme.
E quella volta non faceva eccezione. Parole spezzate e sovrapposte e sguardi che vagavano tutt'intorno cercando di non cercare gli occhi che avevano di fronte. Avrebbero potuto restare così all'infinito, uno di fronte all'altra, sul bordo della strada.
Poi lui si avvicinò e le diede un bacio leggiero sulla guancia, ma ancora, tra movimenti confusi e impacciati, non accennava a scomparire tra loro quel non sapere cosa dire o cosa fare.


Scritto da matteb83 alle ore 23:21 || || commenti (4)
martedì, 21 marzo 2006

With tears in my eyes again

Così ti trovi a fare i conti con quella chiarezza che, ora te ne rendo conto, cercavi di fuggire.
Ti avvolgevi nella nebbia, creavi cortine fumogene, fantasticavi sovrastrutture, incastravi a forza dettagli per arrivare alla conclusione che speravi. Come quando mettevi il risultato giusto in fondo a un’equazione che sapevi essere totalmente sbagliata: accecato dal panico per un brutto voto non vedevi che così facendo stavi solo peggiorando le cose.
Quello che più fa male di tutto questo sono i contrasti, opposti che collidono ma non esplodono, non si frantumano in mille pezzi, ché sarebbe almeno un dolore liberatorio. Opposti che si scontrano con violenza e continuano a grattare uno contro l’altro, scorticando le loro pareti, graffiandosi, riducendosi lentamente, molto lentamente, a brandelli.
L’idea migliore che può venirti in questo momento, mentre non riesci a fermare il ciclo fuori controllo dei pensieri e delle immagini che ti si ammassano nel cervello, è buttare giù quattro righe consapevolmente confuse, giusto per tenerti impegnato qualche minuto e far rallentare il battito del cuore. E poi non fare più niente, lasciare che lo stereo suoni anche l’ultima canzone, che l'album finisca. E poi restare fermo e ascoltare il silenzio. Ancora una volta con gli occhi lucidi di lacrime.


Scritto da matteb83 alle ore 23:33 || || commenti (4)
giovedì, 16 marzo 2006

President of what?

L'appuntamento con Il Presidente è per le 10, nel suo ufficio. Il Presidente, oltre alla piccola e modesta associazione in cui lavoro, è a capo di un numero più o meno imprecisato di circoli, centri studio, fondazioni, istituzioni private. Il Presidente è personaggio noto in città e non solo.
Il Presidente dopo tre mesi di limbo e due riscritture si è deciso a rinnovarmi il contratto. Fino a luglio. "Poi si vedrà", ha sentenziato.
"E' oppurtuno che tu chieda un colloquio con Il Presidente. Sai, per farti conoscere", ha detto il mio capo la settimana scorsa.
Ora, tralasciando il fatto che ogni volta che sento l'espressione "è opportuno" inizio istintivamente a preoccuparmi, Il Presidente sa perfettamente chi sono, mi ha visto decine di volte, non ho nessun bisogno di farmi conoscere. Senza contare poi che oltre a non averne alcun bisogno, non ne ho nemmeno voglia o interesse. Non che mi stia poi particolarmente simpatico, Il Presidente.
In ogni caso, rinunciando a capire le contorte vie della gestione del potere, ho chiesto questo essenziale colloquio, del resto non mi costa nulla.
E dunque è deciso: alle 10 sono atteso nell'Ufficio Del Presidente.
Puntualissimo, quando mancano due minuti alle 10, scendo al primo piano ed entro nella Segreteria Di Presidenza. La segretaria è al telefono. La segretaria è sempre al telefono. Quando non è al telefono solitamente è impegnata a urlare lamentele, ritardi e rimostranze a qualche malcapitato di passaggio.
Quando si accorge della mia presenza accenna un sorriso sforzato e poco riuscito e mi fa segno di aspettare. Mi immobilizzo sul posto e aspetto che finisca la telefonata.
"Ciao", dice dopo aver abbassato la cornetta e continuando a sforzarsi, invano, di sorridere. "In questo momento c'è una persona a colloquio con Il Presidente, in attesa che si liberi ti facco aspettare nell'anticamera".
La cosa non mi sorprende più di tanto, l'avevo immaginato e già ero rassegnato a dover rispettare tutta l'inutile trafila formale.
L'anticamera è uno stanzino con un piccolo divanetto, un attacapanni e due quadri alle pareti. Fortunatamente non soffro di claustrofobia.
Seduto sul piccolo, ma tutto sommato comodo, divano non mi resta che aspettare.
Dieci minuti dopo sono ancora lì, nulla è successo, nulla si è mosso, nulla si è udito.
Quindici minuti dopo la porta si apre di colpo ed esce, quasi di corsa, la persona che era a colloquio fino a questo momento. Faccio per salutarla, ma mi blocco davanti al suo sguardo sconvolto. Mi fissa per un attimo poi se ne va, strappando il soprabito dall'attacapanni e allungando il passo, senza dire una parola.
Sono in piedi pronto ad entrare, ma la porta si è già richiusa sbattendo. Torno a sedermi, rassegnato al peggio.
Passano altri dieci minuti (e fanno venticinque) quando la porta si apre di nuovo, bruscamente. Prima ancora che riesca a scorgerlo, la Voce Del Presidente mi ordina, con tono seccato, di entrare.
"Bene allora finalmente abbiamo occasione di conoscerci", parla veloce fissandomi negli occhi senza espressione e camminando verso il centro dell'ufficio. C'è poca luce, riesco a scorgere solo una enorme scrivania in legno e diverse sedie e poltrone di pelle.
Però nelle sue parole c'è qualcosa che non va: lui mi conosce benissimo, mi vede praticamente tutti i giorni e più di una volta abbiamo già avuto occasione di parlare di lavoro. O meglio, lui mi ha parlato di lavoro, io non hai mai praticamente aperto bocca, limitandomi ad assentire. E allora perché parla come se fossi un perfetto estraneo?
"Eh, già", rispondo ad ogni modo, ché forse non è il caso di contraddirlo.
"Ecco, appunto!", il tono di voce si fa più alto e secco, continua a fissarmi ma ora con uno sguardo intriso di rimprovero. "Come mai si presenta solo ora nel mio ufficio? Come mai ha aspettato tanto a chiedere un colloquio con me?"
(Mah, veramente mi hanno quasi obbliga...)
"Come mai ha aspettato tanto? Eppure lo sa: io sono Il Presidente dell'associazione in cui lavora!"
(Ma dai? Allora è proprio vero che non si finisce mai di impara...)
"Sono Presidente dell'Associazione da un anno come mai ha aspettato tanto?"
"Eh... Ma, veramente... Sì, voglio dire... Ho chiesto un colloquio perché... Ora...".
Poi la salvezza: la segretaria entra da una porta alle spalle del Presidente. La fisso con occhi colmi di gratitudine.
Il Presidente la vede e la invita ad entrare, mentre riprende a camminare, accompagnandomi verso la porta.
"Bè, insomma. Ha visto che le abbiamo rinnovato il contratto."
(Alè, pluralis maiestatis! Fra un po' inizierà anche a parlare in terza persona...)
"Già, ho visto", rispondo neutro, consapevole della salvezza ormai vicina.
"Bè allora mi faccia avere un documento in cui sono elencate le mansioni che svolge per l'Associazione."
(Dovrò inventarmi qualcosa...)
"Certo, non c'è problema".
Poi la porta si apre.
"Arrivederci". La sua mano è fredda, sfuggente, viscosa. La stringo velocemente e, sono passati meno di trenta secondi, eccomi di nuovo nell'anticamera. Libero e ancora vivo.


Scritto da matteb83 alle ore 18:53 || || commenti (1)
domenica, 05 marzo 2006

What I'm trying to say

Spingi sui pedali attraversando per il lungo il cuore del centro storico. Davanti a te si alzano le due torri, immobili nella loro secolare staticità: non le guardi ma sai bene che sono lì. Spingi sui pedali, scivoli tra gli autobus fermi e le macchine che sterzano senza preavviso, mentre provano invano a sfuggire al traffico dell'ora di punta.
Il sole si è finalmente fatto rivedere e pare abbia iniziato a fare il suo lavoro. Ancora non si può fare a meno dei guanti, ma la sciarpa è rimasta chiusa in borsa.
Provi, per un attimo, a guardarti intorno. La normalità di un qualunque venerdì pomeriggio in centro ti colpisce di rimando con una violenza tanto inaspettata da provocarti un moto di nausea, che ti costringe ad abbassare lo sguardo di nuovo verso l'asfalto.
Superi Asinelli e Garisenda, vedi la strada libera davanti a te e aumenti ancora la velocità. Ti concentri sulla musica che esce dagli auricolari, questo ti riesce. Ancora una volta il tuo rifugio, fatto di note  saltellanti e  aria che sbatte contro al viso.
E il peggio, o forse il meglio, è che non riesci a capire se sia tutto assolutamente chiaro o tutto estremamente confuso, cosa ci fosse tra quelle parole e quei silenzi.
L'unica cosa che puoi fare, ti dici, è continuare a pedalare e scoprire cosa suggerirà il tempo.

Scritto da matteb83 alle ore 19:27 || || commenti (1)