L'appuntamento con Il Presidente è per le 10, nel suo ufficio. Il Presidente, oltre alla piccola e modesta associazione in cui lavoro, è a capo di un numero più o meno imprecisato di circoli, centri studio, fondazioni, istituzioni private. Il Presidente è personaggio noto in città e non solo.
Il Presidente dopo tre mesi di limbo e due riscritture si è deciso a rinnovarmi il contratto. Fino a luglio. "Poi si vedrà", ha sentenziato.
"E' oppurtuno che tu chieda un colloquio con Il Presidente. Sai, per farti conoscere", ha detto il mio capo la settimana scorsa.
Ora, tralasciando il fatto che ogni volta che sento l'espressione "è opportuno" inizio istintivamente a preoccuparmi, Il Presidente sa perfettamente chi sono, mi ha visto decine di volte, non ho nessun bisogno di farmi conoscere. Senza contare poi che oltre a non averne alcun bisogno, non ne ho nemmeno voglia o interesse. Non che mi stia poi particolarmente simpatico, Il Presidente.
In ogni caso, rinunciando a capire le contorte vie della gestione del potere, ho chiesto questo essenziale colloquio, del resto non mi costa nulla.
E dunque è deciso: alle 10 sono atteso nell'Ufficio Del Presidente.
Puntualissimo, quando mancano due minuti alle 10, scendo al primo piano ed entro nella Segreteria Di Presidenza. La segretaria è al telefono. La segretaria è sempre al telefono. Quando non è al telefono solitamente è impegnata a urlare lamentele, ritardi e rimostranze a qualche malcapitato di passaggio.
Quando si accorge della mia presenza accenna un sorriso sforzato e poco riuscito e mi fa segno di aspettare. Mi immobilizzo sul posto e aspetto che finisca la telefonata.
"Ciao", dice dopo aver abbassato la cornetta e continuando a sforzarsi, invano, di sorridere. "In questo momento c'è una persona a colloquio con Il Presidente, in attesa che si liberi ti facco aspettare nell'anticamera".
La cosa non mi sorprende più di tanto, l'avevo immaginato e già ero rassegnato a dover rispettare tutta l'inutile trafila formale.
L'anticamera è uno stanzino con un piccolo divanetto, un attacapanni e due quadri alle pareti. Fortunatamente non soffro di claustrofobia.
Seduto sul piccolo, ma tutto sommato comodo, divano non mi resta che aspettare.
Dieci minuti dopo sono ancora lì, nulla è successo, nulla si è mosso, nulla si è udito.
Quindici minuti dopo la porta si apre di colpo ed esce, quasi di corsa, la persona che era a colloquio fino a questo momento. Faccio per salutarla, ma mi blocco davanti al suo sguardo sconvolto. Mi fissa per un attimo poi se ne va, strappando il soprabito dall'attacapanni e allungando il passo, senza dire una parola.
Sono in piedi pronto ad entrare, ma la porta si è già richiusa sbattendo. Torno a sedermi, rassegnato al peggio.
Passano altri dieci minuti (e fanno venticinque) quando la porta si apre di nuovo, bruscamente. Prima ancora che riesca a scorgerlo, la Voce Del Presidente mi ordina, con tono seccato, di entrare.
"Bene allora finalmente abbiamo occasione di conoscerci", parla veloce fissandomi negli occhi senza espressione e camminando verso il centro dell'ufficio. C'è poca luce, riesco a scorgere solo una enorme scrivania in legno e diverse sedie e poltrone di pelle.
Però nelle sue parole c'è qualcosa che non va: lui mi conosce benissimo, mi vede praticamente tutti i giorni e più di una volta abbiamo già avuto occasione di parlare di lavoro. O meglio, lui mi ha parlato di lavoro, io non hai mai praticamente aperto bocca, limitandomi ad assentire. E allora perché parla come se fossi un perfetto estraneo?
"Eh, già", rispondo ad ogni modo, ché forse non è il caso di contraddirlo.
"Ecco, appunto!", il tono di voce si fa più alto e secco, continua a fissarmi ma ora con uno sguardo intriso di rimprovero. "Come mai si presenta solo ora nel mio ufficio? Come mai ha aspettato tanto a chiedere un colloquio con me?"
(Mah, veramente mi hanno quasi obbliga...)
"Come mai ha aspettato tanto? Eppure lo sa: io sono Il Presidente dell'associazione in cui lavora!"
(Ma dai? Allora è proprio vero che non si finisce mai di impara...)
"Sono Presidente dell'Associazione da un anno come mai ha aspettato tanto?"
"Eh... Ma, veramente... Sì, voglio dire... Ho chiesto un colloquio perché... Ora...".
Poi la salvezza: la segretaria entra da una porta alle spalle del Presidente. La fisso con occhi colmi di gratitudine.
Il Presidente la vede e la invita ad entrare, mentre riprende a camminare, accompagnandomi verso la porta.
"Bè, insomma. Ha visto che le abbiamo rinnovato il contratto."
(Alè, pluralis maiestatis! Fra un po' inizierà anche a parlare in terza persona...)
"Già, ho visto", rispondo neutro, consapevole della salvezza ormai vicina.
"Bè allora mi faccia avere un documento in cui sono elencate le mansioni che svolge per l'Associazione."
(Dovrò inventarmi qualcosa...)
"Certo, non c'è problema".
Poi la porta si apre.
"Arrivederci". La sua mano è fredda, sfuggente, viscosa. La stringo velocemente e, sono passati meno di trenta secondi, eccomi di nuovo nell'anticamera. Libero e ancora vivo.
Scritto da matteb83 alle ore 18:53 || ||
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