domenica, 29 gennaio 2006

Art is hard

Molte delle opere in esposizione ad Arte Fiera 2006 ricordo di averle viste anche l'anno scorso, probabilmente negli stand di altre gallerie. Buon esempio della staticità e assoluta centralità del mercato rispetto all'arte contemporanea.
Tra queste c'è un orologio da muro con le lancette impazzite in continuo movimento, orario e antiorario. Certo, l'originalità dell'idea è pari a zero, ma tutto sommato appeso in camera mia non sfigurerebbe. Magari ne cerco uno simile in qualche bancarella di cianfrusaglie cinesi. Probabilmente lo trovo.
Il fatto è che le quattro ore passate a camminare tra i padiglioni e gli stand mi sono sembrate governate esattamente da quelle lancette fuori sincrono.
Il fatto è che l'arte dovrebbe ripecchiare la vita o qualche cosa del genere. E se un pomeriggio dedicato alla visita di stand che espongono opere d'arte diventa un pezzo importante di vita, nasce un cortocircuito che confonde tempo, spazio e tutto il resto.
E diventa difficile scriverne.
Diventa difficile passare tra le pieghe di quelle lancette e isolare le impressioni dalle sovraincisioni. Diventa difficile e tutto sommato inutile.
Restano un enorme scolabottiglie colorato (dimenticanza di qualche manifestazione agroalimentare dei mesi scorsi o, più banalmente, il solito artista alcolizzato?), una vespa mod decorata da mille specchietti, il tavolino di un bar e due tazzine da caffè di plastica dal design post-moderno.

Scritto da matteb83 alle ore 19:27 || || commenti (4)
venerdì, 20 gennaio 2006

The way that I found you

A quel punto, hai esitato. La penna ti è caduta di mano e si è schiantata sonora sul tavolo. I tre sconosciuti che in quel momento condividevano con te il tavolo della sala studio in cui ti eri sistemato hanno contemporaneamente abbandonato i loro libri per puntarti addosso uno sguardo tra il colpevole e il curioso.
Ma tu non badavi a loro. Nemmeno li hai considerati quei sei occhi che, non avendo ricevuto alcuna risposta a quell'improvviso rumore disturbante, sono tornati velocemente chini sulle rispettive pagine universitarie. Tu non guardavi più nulla da qualche lunghissimo secondo, ormai. Esitavi, ti caricavi di calcoli, ti facevi prendere da un'indefinibile paura. E ogni pensiero che si aggiungeva, aumentava la confusione nella tua testa, portava via preziosi secondi e più il tempo passava e più ti scoraggiavi, in un circolo vizioso che precipitava verso un'occasione persa di cui ti saresti pentito per molto tempo, anni forse.
Finché, non sai bene come, ti sei ritrovato in piedi, con in mano la giacca.
I sei occhi di cui sopra si sono levati nuovamente su di te, stupiti questa volta. Ancora, non li hai considerati e prima che, nuovamente a corto di risposte, potessero ritornare sulle solite pagine, avevi già chiuso la lampo della giacca e dirigevi spedito verso la porta che dà sul parco.
Il sole del primo pomeriggio stava provando inutilmente a scaldare il freddo secco e tagliente che ti ha assalito senza esitazioni pungendo la faccia e le mani. Hai accelerato il passo lungo il largo sentiero che porta in strada e, girato l'angolo, ti sei ritrovato di fronte a un camion che occupava tutta la carreggiata, circondato da una serie di operai intenti a potare i rami degli alberi che punteggiano il limite estremo del parco. L'intera zona era stata recintata da una fascia di plastica bianca e rossa che ti ha costretto, imprecando tra i denti, ad uscire dalla sterrata, scalare qualche metro della collina che sale a sinistra e aggirare così l'ostacolo, facendo attenzione a non scivolare nei punti più fangosi o dove l'erba bagnata si fa viscida e insidiosa.
Quando hai raggiunto la strada ne sei stato certo: era tardi ormai, hai esitato troppo a lungo. Ti sei guardato intorno e non c'era nessuno, la via era incredibilmente sgombra di persone, solo qualche automobile passava di tanto in tanto, lenta e poco convinta.


Scritto da matteb83 alle ore 13:00 || || commenti (3)
domenica, 15 gennaio 2006

As we walk

Quando sei in strada e cammini, con le mani in tasca, verso la fermata dell'autobus, ti rendi conto che i motivi che ti hanno spinto ad uscire di casa sono palesemente fittizi, che la necessità vera è quella di respirare un po' di freddo e acchiappare gli ultimi raggi di sole di un sabato pomeriggio incredibilmente limpido e azzurro.
Così, salito a bordo del vecchio mezzo pubblico arancione, guardi le fermate scivolare una dopo l'altra fino al centro della città, quando, inelegante, compare la folla dello shopping di fine settimana.
Scendi, attraversi strade ecologicamente povere di automobili e ti ritrovi a camminare per vie familiari, calpestate centinaia di volte.
Sul muro del palazzo di fianco alla tua vecchia scuola, qualche studente ha steso lettere storte di bomboletta spray per raccontare il suo abbandono al mondo delle superiori. "Forse ho peccato di ùbris ma è finita. 61 bazza!" Splendido mash-up tra citazione di tracotanza in corretti caratteri greci (spirito e accento scolasticamente al loro posto), autocritica ironica, gioia per la fine di un'era e la migliore bolognesità verbale.
Continui, sfidando il freddo crescente, per una stretta strada del centro cittadino che ricordi, con dolcezza, martoriata per anni da infiniti lavori di restauro e che oggi, senza più ponteggi né cantieri, nella sua pacata veste di serio vicolo medioevale, quasi stenti a riconoscere.
L'impatto con la folla dello shopping compulsivo da primo giorno di saldi arriva su via Indipendenza. Uno sciame interminabile di sportine, sacchetti e persone che pare indomabile e fuori da ogni controllo razionale. Scappi, accelerando il passo d'istinto e sfruttando al meglio le rare intercapedini che restano libere tra un gruppo e l'altro di indemoniati dell'acquisto. Urtando e divincolandoti, tagli perpendicolarmente i fiumi in piena che scorrono sotto i portici e riprendi finalmente a respirare solo dopo essere riemerso oltre la sponda opposta.
L'impatto destabilizzante con la massa sociale ti fa definitivamente desistere da ogni tua intenzione d'acquisto e sparisce anche la voglia di rintanarsi dentro a un bar a prendere un po' di caldo.
Continui a camminare scegliendo certe strade strette, umide e poco illuminate dove ancora puoi trovare vetrine fioche di vecchie botteghe, osterie o negozi improbabili.
Arrivi nella piazza del mercato che le bancarelle stanno ormai chiudendo. I vestiti tornano dentro gli scatoloni e le stecche di alluminio che compongono i banchetti collassano su se stesse fino a diventare metalliche fascine in miniatura. I teloni vengono smontati e ripiegati, oppure si richiudono in automatico, tirati dal ronzio acuto di un motorino elettrico, sul tetto dei furgoni bianchi più moderni. Gli ultimi, ritardatari, acquisti vengono chiusi velocemente, quasi di nascosto, mentre i motori di qualche Ducato si accendono e si avviano verso la strada.
Il sole è tramontato da quasi due ore ormai, il freddo incalza e il centro città inizia lentamente a spopolarsi. Raggiungi la fermata di un autobus che potrebbe riportarti verso casa e decidi che il tempo per camminare è finito.

Scritto da matteb83 alle ore 17:01 || || commenti
domenica, 08 gennaio 2006

Revenge

Il rosso di un ombretto che fa sembrare meno buoni, il rosso della lucida gelatina di frutta che guarnisce i dolci, il rosso rubino del sangue.
Il bianco del tofu e della panna, il bianco immacolato e fragile della neve, il bianco di una purezza inseguita con rabbia e disperazione.
Rosso e bianco. I due colori al centro di Lady Vendetta. Protagonisti di inquadrature e geometrie che tornano con forza alla tradizione iconografica orientale. Passaggi e giochi registici bidimensionali segnati dai contrasti cromatici e dalla leggera semplicità delle forme.
La triologia di Park Chan-Wook, dopo Mr. Vengeance e Old Boy, si chiude con il capitolo più riflessivo e profondo. La vendetta non è più un thriller a orologeria, non è più quella violenza cieca e furiosa che annebbia la mente e finisce per ritorcersi anche contro chi la compie. La vendetta diventa tormentata, complicata. Femminile.
La vendetta è programmata da subito, con cura. Inizia con la bontà (opportunistica) conquistata in lunghi anni di carcere e cancellata, appena fuori, dal colore rosso di un ombretto.
La vendetta è lenta, rimandata al momento opportuno, oscurata in parte dal tentativo di ritrovare, ricostruire la propria vita. E quando il momento arriva, la rivincita personale fa un passo indietro e la vendetta diventa condivisa.
La violenza sanguinaria oscilla tra il dolore straziante e il sarcasmo più tagliante, trattata con un'autoironia feroce e disincantata, che scherza senza pietà con i personaggi del film e con il pubblico in sala.
Ma consumata la vendetta , mentre gli altri si addolciscono la bocca e rivogliono i propri soldi, la neve fuori continua a cadere bianca, distribuendo una effimera purificazione totale, che dura solo qualche momento e lascia intatti il dolore e gli interrogativi di sempre.

Scritto da matteb83 alle ore 17:00 || || commenti