mercoledì, 28 dicembre 2005

It's been a long year this year

Il 2005 è stato, per quel che mi riguarda, un anno lunghissimo. Non perché noioso o particolarmente difficile, lunghissimo perché pieno di cose. Pieno di novità, di sorprese, di decisioni da prendere. Pieno di persone, di pensieri, di giornate e di serate da ricordare. Credo sia la prima volta che sento di aver vissuto un anno così intensamente. Non è niente male, come sensazione. C'è da esserne fieri. Vivi ogni giorno come fosse l'ultimo e cose del genere.
Un anno che voglio provare a raccontare riflesso nella musica, attraverso i venti dischi che più hanno seguito, diretto, segnato i miei giorni durante gli ultimi dodici mesi.

20. Millencolin "Kingwood"
Disco dopo disco, i Millencoin continuano ad accompagnarmi dai tempi del ginnasio, sono uno di quei gruppi con cui sono cresciuto e che ormai seguo come se conoscessi da sempre: quattro amici che abitano in Svezia. "Kingwood", in questo 2005, è stato l'album di collegamento con il passato, con gli anni delle superiori in cui la musica era fatta di walkman e cassettine con i titoli scritti a Tratto Pen durante le ore di greco. Niente nostalgia, solo un buon modo per ricordare.

19. Beck "Guero"
Uno degli album dell'estate. Tra Hell yes, Qué onda guero, Scarecrow e Girl, il vecchio Beck mi ha fatto sorridere, canticchiare, ballare tra le stanze vuote di casa e superare le giornate più afose e pesanti.
E non è poco.

18. Death Cab For Cutie "Plans"
Forse la maggiore delusione di questo 2005. Dopo la folgorazione di "Transatlanticism" mi aspettavo molto di più. Probabilmente troppo. Me ne sono reso conto dopo qualche ascolto, quando sono uscite fuori canzoni come I will follow you into the dark, Marching bands of Manhattan, Different names for the same thing. Ma solo singole canzoni, alla fine. L'album in sè, questo "Plans", non sono mai riuscito a sentirlo mio fino in fondo, come succedeva con gli altri lavori di Ben Gibbar e soci. Le canzoni di "Plans" ricordano singoli momenti, frammenti di giornate. E Soul meets body, agosto 2005, era la canzone più suonata dal mio lettore mp3 tra una stazione e l'altra della Tube.

17. Wolf Parade "Apologies to the Queen Mary"
"Apologies to the Queen Mary" è il disco degli ultimi mesi: novembre, dicembre. E' il disco dei viaggi in autobus perché piove, è il disco delle giornate sempre più corte e della lampada sul tavolo che si accende alle quattro del pomeriggio. E' un disco di suoni frammentati. Gli strumenti non si uniscono morbidi uno sopra l'altro, si incastrano a forza, appuntiti e spigolosi, a volte sembra che quasi non si sopportino. Un disco, per me, malinconico e solitario.

16. Jack Johnson "In between dreams"
"Cant you see that it's just raining / Ain't no need to go outside". L'album dei momenti di relax. Sul divano a leggere un libro o semplicemente ad ascoltare con gli occhi chiusi e non fare niente almeno per quelle quattordici canzoni.Va tutto bene, non ci sono problemi, hakuna matata. Proposito per il 2006: imparare a cucinare il pancake alla banana.

15. Lou Barlow "Emoh"
Il CD l'ho comprato direttamente dalle manine sante di Mr. Lou Barlow, alla fine di uno dei concerti più intensi e allo stesso tempo divertenti dell'anno. Malinconico, ironico, spiritoso, semplice, a volte triste. Questo album mi fa tornare in mente certi percorsi fatti in bici per zone poco conosciute della città, certi falsi piani, certe salite faticose. Spingere sui pedali e respirare l'aria carica d'umidità degli ultimi giorni di primavera.

14. Epoxies "Stop the future"
Concessioni, agli anni '80, ne ho sempre fatte poche e, ringraziando gli dei, pare che l'odioso revival sia definitivamente tramontato. Gli Epoxies sono uno dei pochi gruppi che salvo, tra quelli che si rifanno al decennio incriminato. Prevedibile, visto che ascoltandoli il riferimento più immediato sono i Devo. "Stop the future" è meno libero e giocoso dell'esordio omonimo. E' più compatto, decisamente più punk. Il mio disco anni '80 del 2005.

13. Yuppie Flu  "Toast masters"
La maglietta dell'anno, bordeaux con disegno bianco, l'ho comprata alla fine del concerto degli Yuppie Flu, al Covo. Solo che è di "Days before the day" e non di "Toast masters". Dettagli. Comunque, al di là dell'abbigliamento, questo è stato l'album che più ha segnato la mia primavera 2005. Continuo a ripetermi che è un album profondamente primaverile, pieno di quella malinconia umida e in fondo sorridente delle prime giornate in cui il sole inizia a scaldare, le prime giornate senza giacca. Non so se sia realmente così o se è un'idea dettata dalla suggestione del periodo in cui più l'ho ascoltato. Ma, in fondo, cosa importa?

12. Amari "Grand master mogol"
Non credo conoscessi l'esistenza degli Amari prima di aver ascoltato "Grand master mogol". Forse li avevo sentiti nominare da qualche parte, ma niente di più. E poi Bolognina revolution e quel ritornello, "Scusa se anche questa notte voglio stare a casa / E' una scusa un'altra volta / Scusa se anche questa notte voglio stare a casa / Devo salvare il mondo", specchio fedele di quante serate? Di quanti pensieri? E la consapevolezza, finalmente svelata, di appartenere a una generazione che viaggia su campi minati e le sue rivoluzioni le pensa sul divano.

11. The Death Of Anna Karina "New liberalistic pleasures"
Il disco della rabbia, di quando ho voglia di urlare, di sbattere i piedi sul pavimento, di prendere a pugni i cuscini del divano. Il disco più vicino alla fine di questo 2005, che ha riscaldato un dicembre non proprio facilissimo, che mi ha aiutato a scaricare lo stress e le sfighe. E "Now I am without my stupid head".
Ne ho parlato anche qui.

10. Transplants "Hounted cities"
Probabilmente l'album più sottovalutato del 2005. Ne ho sentito parlare pochissimo. Molti si sono limitati ad ascoltare il singoletto Gangsters and thugs e magari a vedere di sfuggita il video, senza andare oltre. Ma l'unione di street punk, elettronica e hip hop dei Transplants ha facce molto più complesse di quello che può sembrare. Ascoltare Hit the fence per credere. Alla fine What I can't describe è diventata una delle mie canzoni dell'anno. Ed è un pezzo R'nB!

09. Pelican "The fire in our throats will beckon the thaw"
Vincitore anche dell'ambitissimo premio "Disco tamarro del 2005", quello dei Pelican è per me un album inaspettato. Doom-metal e post-hc strumentale con canzoni allegramente sopra i dieci minuti di lunghezza. Non credevo che musica del genere mi sarebbe mai potuta piacere. E invece. Ho un ricordo preciso di una domenica pomeriggio passata ad ascoltarlo due o tre volte incantato davanti allo stereo, in mano una tazza di tè, che andava via via raffreddandosi. Alla fine mi sono ritrovato a bere tè freddo.
Qui la mia recensione.

08. Clap Your Hands Say Yeah "Clap your hands say yeah"
Niente da fare. E' impossibile pensare al 2005 senza farsi venire in mente l'esordio di questi cinque newyorkesi con uno dei nomi più stupidi di tutti i tempi. E' uno di quei dischi che mi ritrovo ad ascoltare in qualunque situazione, con qualunque stato d'animo e va sempre bene. E' un disco del 2005, è forse il disco che meglio riflette la fetta di realtà in cui ci ritroviamo. La mia preferita: In this home on ice.

07. Bright Eyes "I'm wide awake, it's morning"
La prima volta che ho ascoltato "I'm wide awake, it's morning" ero seduto in mezzo a un prato fiorito e Conor Oberst cantava, quasi urlava "Just when I get so lonesome I can't speak I see some flowers on a hillside, like a wall of new TVs". Al di là di tutto il resto, al di là dell'emo-folk, di First day of my life, al di là del concerto di quest'estate a Ferrara, quel prato, quel sole, il vento, l'istante prezioso che ha fermato questo disco, lo ritrovo ad ogni ascolto. Sono queste le cose che mi fanno amare tanto la musica.

06. Architecture In Helsinki "In case we die"
Quello degli Architecture In Helsinki è l'album dei giochi, dei colori, dei sorrisi. E' l'album delle giornate allegre, a volte è l'album che rallegra la giornata. Perfetto palliativo contro la troppa tristezza, ché è inutile deprimersi se si può ridere anche parlando di morte.

05. The Lucksmiths "Warmer corners"
"The start is the hardest part". Sembra che i Lucksmiths stiano parlando di me, o forse con me. Sembra che loro mi conoscano e io ho l'impressione di conoscere loro, anche se non li ho mai visti e non sono mai stato in Australia.
"Warmer corners" è un disco incantevole, di un'eleganza fuori dal comune. Nella leggerezza dell'indie pop nasconde profondità dolorose che pungono immancabilmente ad ogni scolto.
Ballare leggeri, una mattina d'agosto, sulle note di The music next door.

04. Offlaga Disco Pax "Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione)"
Prove tecniche più che riuscite, verrebbe da dire alla fine di questo 2005. Il verbo degli Offlaga Disco Pax è stato diffuso e ha raccolto parecchi proseliti. Tra cui il sottoscritto, che in un anno, ridendo e scherzando, li ha visti dal vivo quattro volte (e l'anno non è ancora finito...). Musica e storie che fanno ridere e fanno piangere, fanno ricordare certi professori del liceo, fanno vivere mondi che non si è potuto conoscere, fanno sgranocchiare wafer al cioccolato o masticare ciuingam al cinnamon. "Il cinnamon è la cannella, ma non vale".

03. Settlefish "The plural of the choir"
Certo, si gioca in casa e tra una cosa e l'altra sento parlare dei Settlefish dai tempi in cui si chiamavano ancora Video Snuff. Ma chi se l'aspettava che avrebbero dato alle stampe un album del genere? Al concerto di presentazione del disco, il 18 marzo al Covo, l'atmosfera era assolutamente elettrica, c'era la sensazione di assistere a qualcosa di prezioso. Sensazione che è stata più che confermata.
"The plural of the choir" mi ha accompagnato attraverso le stagioni, da un inverno all'altro. Mi ha accompagnato nei viaggi più o meno lunghi, mi ha accompagnato a Londra quest'estate. E' un pezzo della mia città che sa di mondo.

02. Alkaline Trio "Crimson"
Parte da uno dei tuoi primi amori musicali, il pop-punk, passa per l'emo e si impregna di atmosfere cupe e dark, liriche oscure. "Crimson" è l'album che meglio riesce a racchiudere tutte le istantanee di un anno lungo, che ha portato sentimenti ed emozioni complesse e spesso contrapposte. L'ho sentito vicino dal primo ascolto, l'ho sentito mio come mi capita raramente.
Da Time to waste a Smoke, ogni canzone è legata a qualche immagine, a qualche momento, a qualche luogo, spesso diversi tra loro, spesso lontani nel tempo l'uno dall'altro. Un album di foto sonore.

01. Sigur Rós "Takk..."
"Takk..." è uscito a settembre, ma "Takk..." è il mio 2005. Tutto, da gennaio all'ultimo giorno di dicembre. E' stato un anno pieno di novità, sorprese, delusioni, fatiche, sorrisi, stupore, rabbia, smarrimenti, serenità. Dentro "Takk..." c'è tutto questo, c'è rispecchiata, limpida, la tortuosità a volte delicata, a volte fragorosa di un anno che non si farà dimenticare facilmente.

Scritto da matteb83 alle ore 01:30 || || commenti (5)
sabato, 24 dicembre 2005

In the reins

Il cartello luminoso finalmente informa che l'autobus è in arrivo. Riesci a scorgerlo fermo al semaforo un centinaio di metri più in là.
Quando si avvicina alla fermata e lo vedi stipato di gente, quando le tante persone che come te stavano aspettando si accalcano sulle porte e spingono per riuscire a salire, non ci pensi minimamente a unirti a quella folla frenetica e masochista.
Dopo circa un minuto, un altro autobus si avvicna lento. E' comprensibilmente semivuoto. Sali e prendi posto accanto a uno dei grandi finestrini.
Fuori è buio già da un paio d'ore e le luci sospese sopra le strade spezzano il nero del cielo, sembrano illuminare il centro della città più degli stanchi lampioni ricurvi. Attraverso il grande parabrezza riesci a vedere in lontananza l'Asinelli e la Garisenda sagomate da file di lampadine gialle che scendono a toccare la strada.
I portici sono gonfi di persone che, nonostante le luci, appaiono anche più indaffarate del solito. Impegnate nel trasporto di preziosi sacchetti da cui spuntano fiocchi, carte colorate, pacchi, pacchetti, scatole e ceste. Tutti comprano e tutti regalano.
A te per una stramba e contorta associazione di pensieri viene voglia di ascoltare i Calexico.
Mentre l'autobus svolta, abbandonando le strade più affolate, metti le cuffie, sistemi i tuoi pacchetti sulle ginocchia e pigi play.

Scritto da matteb83 alle ore 20:02 || || commenti
lunedì, 19 dicembre 2005

Shut your eyes

Finisce così una di quelle settimane in cui fino all'ultimo non hai idea di come riuscirai ad arrivare in fondo. Racchiusi in cinque giorni tutti gli impegni che avresti potuto avere. Nessuna sovrapposizione, ma neanche un minuto libero: elaborati per l'università, riunioni da organizzare, presentazioni a cui presenziare, articoli da scrivere. Il tutto ascoltando al massimo il nuovo album degli Strokes che è insipido e noioso proprio come temevi. I libri che stai leggendo non sono stati toccati e sul tavolo da studio la confusione regna, comanda e spadroneggia.
In mezzo a tutto questo sei riuscito miracolosamente a ritagliarti un venerdì sera in cui andare a vedere un concerto, a costo di perdere il giorno dopo sia l'annuale tributo a Joe Strummer, sia lo show degli Amari. A costo di rimanere in casa sabato e domenica a lavorare.
Adesso che tutto pare finito e che sei ufficialmente in vacanza, riguardi le foto fatte, la nuova spilletta gialla e nera attaccata alla giacca e ti dici che hai fatto più che bene, che davvero ne è valsa la pena.
Shout Out Louds. Li aspettavi dalla prima volta che hai ascoltato per radio 100° e sei corso a procurarti "Howl howl gaff gaff" e per loro il contratto major era ancora piuttosto lontano.
Invece venerdì sera al Covo il gruppo che è salito sul palco non era composto da quattro ragazzi e una ragazza svedesi e sconosciuti. Lo striscione con il nome del gruppo appeso diestro alla batteria, i due lupi logo del gruppo stampati sulla pelle della grancassa, asciugamani, un tour manager enorme e piuttosto professionale. Ne hanno fatta di strada in un anno o poco più.
Come quasi sempre prendi posto in prima fila e speri che i vecchi Shout Out Louds non si siano montati troppo la testa. Ma ti basta vederli salire sul palco, imbracciare gli strumenti e suonare The comeback con qualche problema tecnico allegato, per capire che no, che sono sempre loro, che suonano proprio come volevi che suonassero, come sapevi che avrebbero suonato.
Il resto è esattamente una festa e la cover di Streams of whiskey dei Pogues non poteva essere più azzeccata. Tra cori, balli, pogo, urla e sorrisi, pensi che poche volte ti è capitato di sentirti parte di un pubblico così unito. Sul palco sembrano assolutamente increduli dell'accoglienza per quello che è il loro primo concerto italiano. Ma sotto al palco la festa era attesa, noi tutti in fondo lo sapevamo che sarebbe andata così, volevamo che andasse così.
In quell'ora di Shout Out Louds tutto torna immediatamente al suo posto, lanci lontano la stanchezza e le paranoie accumulate durante la settimana, canti Please please please a squarciagola fino a perdere la voce, chiudi gli occhi e ti butti in quella calda musica suonata. Lucine di natale sui bis.
Un modo migliore per chiudere i tuoi concerti del 2005 non potevi davvero trovarlo.

Scritto da matteb83 alle ore 01:07 || || commenti (2)
venerdì, 09 dicembre 2005

Do you believe me?

Mah.
Juliette Lewis e compagni mi hanno lasciato perplesso.
Bravi, per carità. Niente da dire. Ottimi musicisti, sfacciati e mobili quanto basta.
Lei, poi, ci sa fare, non c'è storia. Tutina aderente a due pezzi, nera bordata di giallo. Una voce certo non eccezionale, ma con un timbro roco e personale quanto basta. Quel viso tagliato e rabbioso che ti fa tornare in mente strambe e sanguinarie storie di violenza gratuita e cattivissimi vampiri messicani.
E il palco lo sa tenere dannatamente bene, saltando, correndo e urlando, in preda, adesso lo dico, al sacro fuoco del rock n' roll. Ecco l'ho detto.
Perché il punto è esattamente questo. Il sacro fuoco del rock n' roll, sguardi rabbiosi, i chitarristi che puntano gli strumenti verso al cielo, suonando qualche riff rubato agli Stooges. Chiaro, è il solito vecchio rock n' roll, non si pretende l'originalità da Juliette & The Licks, ma non si pretende nemmeno lo sberleffo.
Il pubblico certo non aiuta a rendere spontanea l'atmosfera, continuando ad allungare mani verso il palco con urla isteriche che sarebbero adatte piuttosto alla boyband di turno. Un pubblico che, si nota facilmente, per la maggior parte non è abituato ad andare a vedere concerti, se non al massimo qualche festival estivo o Vasco Rossi e compagnia. Spingono, allargano i gomiti, si buttano a testa bassa nel pogo e puntualmente si fanno malissimo, si muovono scomposti. Cercano di seguire i clichè del concerto rock che però, sarebbe bene spiegarglielo, non funzionano con tutti i concerti rock, specialmente quelli nei piccoli club.
E' tutto piuttosto forzato e poco spontaneo. I luoghi comuni si sprecano.
Paradossalmente l'unica che si riesce a perdonare è proprio lei, Juliette Lewis. Per qualche sua faccia divertita e soddisfatta tra una canzone e l'altra, per qualche incomprensibile risata fatta insieme a uno dei chitarristi, per una sua apparente innocenza nel muoversi sul palco.
Probabilmente, come tutti gli altri, anche lei recita. Ma del resto è l'unica lì dentro che lo sa fare davvero.

Scritto da matteb83 alle ore 19:13 || || commenti (2)