mercoledì, 30 novembre 2005

With a wonder and a wild desire

Ci sono cose che anche se attese finiscono per trasformarsi in una sorpresa, producono sensazioni e soddisfazioni che non ti aspettavi.
Per mesi sono state parole tue, una questione tra te e pochi altri. Poi d'un tratto sono di tutti, arriva un pubblico. Non importa quanto grande o di che tipo, il fatto è che quelle cose che custodivi in una cartellina nell'hard disk del tuo PC, ora sono finite sopra a delle pagine di carta.
Ci hai dedicato qualche ora per parecchi giorni di parecchi mesi. Hai fatto le tue ricerche, sei andato nelle biblioteche a scovare vecchi volumi polverosi, hai letto, hai sfogliato, hai fotocopiato, hai portato a casa. Poi hai riletto, hai sottolineato, hai pensato a cosa scrivere e a come scriverlo. E hai buttato giù qualche cartella, le hai rilette e corrette fino a raggiungere quella che hai decretato essere la stesura finale.
Per un paio di torride giornate di giugno hai macinato chilometri per le strade della provincia bolognese facendo foto a case, palazzi, antichi borghi più o meno medioevali, paesaggi. Hai percorso larghe strade che tagliano l'immensa pianura della bassa, hai arrampicato strette e incredibilmente tortuose sterrate, maledicendo l'incompetenza della cartina adagiata sul sedile del passeggiero. Hai attraversato campi di grano sotto il sole delle tre di pomeriggio, cercando di raggiungere un vecchio e abbandonato santuario incuneato alla confluenza di due minuscoli e ripidissimi ruscelli.
Hai posizionato le immagini, scritto le didascalie, rivisto il testo, tagliato, cucito, incollato. Infine, hai corretto le bozze.
E l'altro giorno il volume è arrivato a casa, enorme, copertina cartonata, sovracopertina blu con una foto aerea niente male subito sotto al titolo. L'hai sfogliato velocemente hai guardato le immagini, la resa dei colori. Hai cercato nell'indice le poche pagine di cui sei autore. Sapevi che sarebbero state esattamente così, avevi visto le bozze, aspettavi solo la conferma della pubblicazione definitiva e dopotutto si tratta solo di qualche pagina, niente di che. Ma l'emozione di vedere il proprio lavoro stampato su quella carta lucida e bianca è stata comunque tanta. Ti sei ritrovato a sfoggiare il sorriso lucente di un bambino a cui è stato fatto un regalo che desiderava tanto, che credeva davvero di meritare.

Scritto da matteb83 alle ore 23:10 || || commenti (2)
martedì, 29 novembre 2005

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Untitled #8.
La canzone con cui i Sigur Rós hanno chiuso il concerto giovedì sera al Saschall di Firenze.
"Hanno suonato un'ora e tre quarti", mi ha detto V.
D'istinto ho guardato l'orologio, pensavo stesse scherzando. Aveva ragione.
Un'ora e tre quarti volata in un attimo che riesco a ricostruire solo ora ripercorrendo le canzoni suonate, mettendole in sequenza una dopo l'altra, tagliando e ricucendo.
Ma cinque giorni fa, in piedi a non troppi metri dal palco del Saschall, il concetto di tempo aveva perso consistenza, inutile dentro l'eterea psichedelia di quella musica d'incanto.
Ricordo tutto, ora. Ma allora non ricordavo niente, non sentivo gli istanti fissarsi nella memoria uno dopo l'altro. Spaventato, per questo, ma anche incapace di reagire e contemporaneamente intenzionato a non perdermi nulla di quello spettacolo che già sapevo unico. Compulsivo, scattavo fotografie per catturare istanti onirici. Luci, colori, immagini, ombre proiettate su sipari semi-trasparenti. E suoni. Suoni magnifici.
Quartetto d'archi, una voce che non sembra di questo mondo, basso che satura l'aria, chitarra leggera, suonata con l'archetto. Dalle tastiere escono note eteree e allo stesso tempo incredibilmente piene. Una batteria mai sentita così dolce, mantiene grazia e preciso distacco anche nei momenti più carichi e concitati.
Tutto che torna cosi semplice, così leggero, la pienezza di un enorme vuoto.
Enormi e vitrei occhi malinconici di una bambola. Incanto.
E poi gli applausi, l'improvvisa ricomparsa del pubblico, il risveglio, ritorno alla luce consueta, i saluti dal palco. E una grande scritta proiettata sul telone bianco in fondo: Takk...

Scritto da matteb83 alle ore 00:31 || || commenti (2)
giovedì, 24 novembre 2005

Lived in bars

A quel punto si rese conto che aveva bisogno di toglersi dalla strada, dal freddo tagliente, dal rumore del traffico. Si guardò intorno chiedendosi ancora una volta come avesse fatto a cacciarsi in quella situazione. Ancora una volta senza voler trovare una risposta. Non vide nessun locale o bar dove poter entrare, sedersi e prendere qualcosa da bere. Conosceva appena quella zona della città. Sapeva vagamente quale fosse la direzione per tornare a casa e questo era tutto. Una delle stradine laterali gli sembrò più illuminata delle altre e gli parve un buon segno. Accelerò il passo.
Appena imboccata la stradina (era ancora più stretta di quel che sembrava da lontano) vide l'insegna di un bar. Entrò.
Quando la porta gli si richiuse alle spalle svanì immediatamente il rumore incessante del traffico nell'ora di punta e fu soddisfatto del tepore che riempiva l'aria lì dentro. Sfregò per qualche istante una contro l'altra le mani infreddolite e poi si guardò intorno. Il posto era un bar in stile americano: panche con schienale imbottito, luci al neon, pavimento in piastrelle, una delle pareti coperta da un grande murales. Dentro, nessun cliente. Nessuno in piedi appoggiato al bancone, nessuno seduto ad uno dei tavoli.
Il barista, dietro al banco, era girato verso il muro, stava mettendo a posto tazzine e bicchieri. Era alto, capelli neri tagliati molto corti, jeans, maglia nera a maniche lunghe e un grembiule verde. Si voltò e fissò il nuovo entrato, unico cliente, senza dire una parola, aspettando un'ordinazione. Sguardo perfettamente neutro.
Il locale era perfettamente pulito, pavimento lucido, tavoli sgombri, bancone ordinato e splendente.
Passarono alcuni secondi di silenzio. L'ordinazione non arrivava, il nuovo entrato continuava a fissare il barista senza riuscire a decidere cosa prendere. L'idea iniziale era quella di un semplice caffè, poi, visto il posto curioso in cui era capitato, aveva pensato che era valeva la pena rimanere un po' più a lungo e quindi era meglio ordinare qualcosa di più sostanzioso. Da bere, certo, perché di mangiare non se ne parlava, anche se i tramezzini e le altre cose che si vedevano attraverso il vetro trasparente del bancone erano parecchio invitanti.
"Un bicchire di vino bianco. Frizzante", chiese infine rompendo il silenzio.
Attese qualche secondo, guardandosi intorno, poi prese il bicchiere e una piccola ciotola di salatini che il barista aveva velocemente preparato senza dire una parola, si guardò intorno e andò a sedersi a un tavolo poco distante, da cui si potevano vedere la strada e la gente che passava camminando veloce. La panca era anche più comoda di quel che sembrava. Sollevato, appoggiò la schiena contro l'imbottitura.
Respirò forte e decise che sarebbe rimasto in quel bar tutto il tempo necessario. Poi, si disse, una volta uscito, sarebbe tornato a casa senza più paura.


Scritto da matteb83 alle ore 12:48 || || commenti (2)
giovedì, 10 novembre 2005

Haunted cities

Questo blog non parla di attualità. Non perché è un blog personale (l'attualità, volenti o nolenti, è personale), ma perché chi scrive non crede di poter aggiungere in questa sede nulla di intelligente/interessante alle tante cose che si possono trovare in rete, in edicola o tramite gli altri media.
Dunque non aggiungo nulla, lascio parlare Francesco di A day in the life.

Ho appena finito di vedere il servizio di Rai News 24 su quello che è accaduto a Falluja, Iraq, negli ultimi mesi.
La frase del servizio che mi ha più colpito è stata quella che si riferiva ai filmati della guerra del Vietnam: solo il tre per cento del materiale video proveniente dal Vietnam aveva contenuti violenti, ma (anche) questo è servito a scatenare la protesta contro la guerra.

Per questo pubblico qui diversi link, che hanno a che fare con quello che io, nel mio minuscolo, e altri hanno fatto per documentare quello che è successo a Falluja e in Iraq e che sta presumibilmente accadendo ancora. Una piccola parte del materiale disponibile in rete. Il 3%?
Solo l'ultimo link riguarda il servizio andato in onda qualche giorno fa.

Leggete e guardate tutto con attenzione, per quanto immagini e parole siano insostenibili. Poi vi chiedo un favore: copiate questo post, o solo i link in esso contenuti, magari aggiungendone degli altri, sul vostro blog. Oppure usate la mail, o qualsiasi altro mezzo che il 2005 ci offre, trent'anni dopo il Vietnam.
Si dice sempre che siamo in pochissimi, "noi blogger", e forse è vero. Siamo "un" 3%? Si dice anche che siamo bravissimi a fare catene sui libri che leggiamo o i dischi che ascoltiamo. Adesso facciamo una catena diversa, se vi va.

Enzo Baldoni parla di Falluja (RealMedia)
Enzo Baldoni racconta di Falluja
(agosto 2004)

Giuliana Sgrena: Falluja, una strage al giorno
(settembre 2004)

Falluja: ieri e oggi
(novembre 2004, periodo del primo probabile attacco con MK-77)
Il video linkato nell'articolo si riferisce ad un attacco dell'aprile 2003: scaricatelo qua (tasto destro, salva con nome)

Rapporto da Falluja 1 e 2
(gennaio 2005)

Napalm by any other name
(aprile 2005)

Il servizio di RaiNews24
(novembre 2005)

Scritto da matteb83 alle ore 12:47 || || commenti (4)
giovedì, 03 novembre 2005

Per te che non ho conosciuto

per te che non ho conosciuto
per te che non scorderò mai

perturbazione

Il viale alberato non può mancare. Per contratto, forse. E gli alberi, ovviamente, non sono alberi qualunque. Cipressi. Simboli, tradizione. Perché no, atmosfera.
E' lunghissimo, il viale. Interminabile. Mentre lo percorri senza fretta, qualche auto ti passa lentamente a fianco diretta al parcheggio poco più avanti. Giornata grigia. Nebbia sulle strade, sui campi, sui colli che vedi in lontananza. Avanzi verso il cancello d'ingresso del cimitero e ti senti bene, tranquillo, calmo. Sereno.
Eri salito sull'autobus circa mezz'ora prima con l'intenzione, molto vaga per la verità, di fare un giro in centro. Una passeggiata tra i portici, una sigaretta seduto ai piedi di qualche portone, guardando la gente passare, i loro volti. Respirare il clima compresso di festa incerta, pagana, sospetta che Halloween porta con sè ormai da qualche anno. Poi quando era stato il momento di scendere, hai esitato, hai aspettato che le porte si richiudessero, che l'autobus ripartisse. Hai cambiato destinazione.
Non vieni troppo spesso da queste parti. Certo non secondo scadenze fisse, non per anniversari o ricorrenze. Vieni quando ne senti il bisogno, quando, come oggi, prendi improvvisamente la decisione di andare a fare un saluto ad un amico che non hai mai conosciuto.
Ormai conosci la strada. Attraversi il grande cortile interno, costeggi le lunghe file di tombe nella terra. Ancora cipressi. Osservi con curiosità la teoria di soluzioni diverse a ricordo del defunto: semplici e anonime targhette in metallo, canoniche croci in legno o in marmo, lapidi bianche rinfrescate da qualche fiore o, a volte, accompagnate da un piccolo albero o da qualche foglia d'edera.
Scendi le scale, imbocchi sicuro un corridoio. Qualche passo e ti fermi davanti alla sua lapide. Fiori freschi, qualche messaggio su post-it e biglietti fissati con un filo di scotch. Arrivato qui, non c'è molto altro da fare. Arrivato qui, ti assale il ricordo di quella giornata. L'incredulità, il panico, la rabbia, le lacrime. Quell'assurdo silenzio che regnava per le aule, per i corridoi. Non sapere cosa fare, cosa dire, come scacciare quelle immagini che si rincorrevano in testa, che facevano male. Una finestra, un volo di due, tre piani, nessun rumore. Luoghi tanto familiari, luoghi pieni delle nostre vite, diventavano orribili, assurdi, incomprensibili.
E poi l'interminabile attesa, seduti per terra a guardarci con occhi sgranati, aspettando che suonasse la dannata campanella, che finalmente si potesse uscire da quelle stupide mura, che ci si potesse allontanare veloci, ancora senza smettere di parlare, anche fuori, sottovoce. Convincersi che era successo davvero, camminare, i passi svelti che rimbombavano sotto i portici, non sapendo cosa pensare, cercando, sforzandosi di non pensarci, di non pensare più a niente.
Oggi sono rimasti i ricordi di chi c'era, è rimasta questa lapide bianca, uguale a centinaia di altre. Ma inconfondibile.
Un saluto, Stefano. Ci si vede.

Scritto da matteb83 alle ore 00:04 || || commenti (2)