Per quanto ti riguarda, anche se non ufficialmente, l'
Indipendent Days Festival 2005, in programma per il 4 settembre, inizia la sera prima: alla tenda Estragon sono in programma Stars e Hot hot heat.
Gli
Stars suonano mentre tu sei imbottigliato nel traffico del sabato sera e cerchi parcheggio. Good grief! Ovviamente il concerto pare sia stato molto bello. Sarà per un altra volta. Forse. Si spera.
Ma almeno riesci a vedere gli
Hot hot heat. E lo spettacolo è improbabile e fuori luogo esattamente come te lo aspettavi, con tanto di spazi riservati agli assoli di basso, batteria, tastiera e chitarra! Il cantante, una sorta di Brian May ristretto, si dimena senza motivo, si arrampica, salta, scende dal palco, risale, suona la tastiera nelle posizioni più contorte, gronda sudore ed è incapace di stare fermo per più di un secondo.

Sopra le righe, sboccati, ma anche molto autoironici e soprattutto in possesso di una serie fulminante di brani danzerecci e ritornelli assassini durante i quali è davvero difficile evitare di dimenarsi come pazzi. Esci contentissimo dal concerto, elargendo entusiamo ingiustificato, carico per la lunga giornata successiva.
Hai appuntamento all'Arena Parco Nord ad un orario improponibile, tipo alle due e mezza, ma quando arrivi da quelle parti in sella al fedele biciclo, lo spettacolo è già iniziato e lungo via Stalingrado un buon numero di persone dirige verso l'entrata.
La ragione principale per cui ti trovi lì ha un nome e un cognome: Mike Ness, ovvero Social distortion. Ragione secondariamente supportata anche dai nomi di Bad religion, Peawees e da una certa curiosità per i Queens of the stone age.
Le prime note che arrivano alle tue orecchie, mentre ancora sei fuori dall'arena, sono quelle degli
Editors. Li ascolti provando a prestare attenzione per qualche minuto, poi rinunci. L'ennesimo gruppo simil-anni80, simil-dark-new-wave, molto simil-Interpol e quindi molto simil-Joy division. Non che il genere non ti piaccia, però, francamente,
bóna.
Resti ancora fuori a chiaccherare e girovagare per qualche tempo, i
Meganoidi sono diventati talmente noiosi che riescono a infastidirti anche a qualche centinaio di metri di distanza. E dire che all'inizio erano anche divertenti, e dire che (ebbene sì, ammetilo) il secondo album non ti era affatto dispiaciuto. E invece ora si perdono dietro questa specie di rock indolente, che vorrebbe rivelarsi musicalmente profondo, ma finisce per essere solo inconsistente e molto prevedibile.
Alle quattro e mezza alla tenda Estragon suonano i Peawees, ti perdi i Maximo park, che un po' ti incuriosivano, ma poco male, dovrebbero tornare da quelle parti tra qualche mese e volendo li puoi sempre recuperare.

E' la prima volta che vedi i
Peawees dal vivo, ma hai sempre sospettato che fossero un'ottima live band. E davvero non sbagliavi. Sorprendentemente c'è più pubblico di quello che ti aspettavi e sorprendentemente quasi tutti sembrano conoscere le canzoni del gruppo di La Spezia (o meglio, Las Pezia: qualcuno sa perché). Solido punk-rock venato da influenze 50s e suonato come si deve. I quattro sul palco sono impeccabili e il set è ottimo: quasi tutte le canzoni estratte dal bellissimo ultimo album "Dead end city" e c'è spazio anche per due inediti niente male che fanno sperare in una nuova uscita a breve. Davvero bravissimi, una delle migliori punk-rock band italiane.
Qualche minuto di pausa e riparti alla volta dell'arena per il set più atteso della giornata:
Social distortion. Quando arrivi ti accorgi subito che non sei il solo ad attendere l'esibizione di Mike Ness e soci: sono le sei meno un quarto e la folla davanti al palco è numerosa e vociante, tutti sembrano aspettare con ansia l'inizio del concerto.

Mike Ness sale sul palco accompagnato da un'ovazione generale, grosso, tatuato, occhiali da sole, canottiera nera. Imbraccia la Les Paoul e il set inizia con l'accoppiata fulminanate
Reach for the sky e
Highway 101, entrambe estratte dall'ultimo bellissimo album "Sex, love and rock 'n' roll". La scaletta è entusiasmante, degna di un gruppo che ha fatto la storia del punk-rock e che dopo venticinque anni è ancora capace di sfornare canzoni e album memorabili. Brividi durante il classicone
Mommy's little monster, cori esagitati per
Sick boys e
Prison bound e poi una carichissima
Don't drag me down e una profonda
Don't take me for granted, dedicata a Dennis Danell, chitarrista e co-fondatore dei Social Distortion, scomparso cinque anni fa.
Nonostante location e orario non aiutino, lo spettacolo è impeccabile, i suoni sono buoni e la band non sbaglia niente. Poco più di un'ora di concerto vola via in un attimo e quando il palco si svuota e parte la musica in sottofondo rimangono nell'aria le parole di Mike Ness che poco prima, scusandosi perché l'unica data italiana per il 2005 è andata a finire in un festival, ha aggiunto che forse il prossimo anno ci sarà spazio per un nuovo tour nei club. Incroci le dita.

Il tempo per mangiare qualcosa e sei di nuovo in marcia per la tenda Estragon. Sul palco hanno appena iniziato a suonare i
Blood Brothers. Avevi sentito qualche loro canzone qua e là, ma non ti avevano mai convinto più di tanto col loro miscuglio di harcore, scremo, garage e spezie assortite. L'intenzione era quella di ascoltarli distrattamente e approfittarne per rifiatare e riposarsi un po'. Invece, dopo qualche minuto devi ricrederti e ti tocca ancora una volta avvicinarti al palco, quasi calamitato da quello strambo miscuglio sonoro. Look improbabile, urla, chitarra sferragliante, rumore al limite del fastidioso. Insomma, ottimi. La sorpresa della giornata. Arrivi in ritardo, lo sai, e ti dici che devi rimediare al più presto alla lacuna Blood Brothers.
Prima di muovere verso i Queens of the stone age, resti ancora un po' alla tenda Estragon e ascolti i primi quattro o cinque pezzi degli indie-acclamatissimi
Futureheads. Dal vivo non sono male e, a fianco delle sonorità rock anni80, esce con più forza l'indole punkeggiante che resta un po' nascosta su disco, ma continuano a dirti poco. Restano uno di quei gruppi che puoi anche apprezzare, sai che non sono male, ma non ti prendono, non riescono a farti avvicinare al palco.

Esci, qundi, di nuovo alla volta dell'arena e quando arrivi i
Queens of the stone age hanno già iniziato. Chitarre potenti, sezione ritmica incalzante, toni nel complesso abbastanza cupi. L'abituale formazione a tre diventa spesso a cinque, completata da un secondo chitarrista e da una tastierista. Le digressioni chitarristiche di Josh Homme non rischiano mai di cadere nel virtuosismo, le canzoni sono dilatate, i suoni caldi e pesanti. Tecnicamente sono tutti perfetti e precisi, il batterista è semplicemente un mostro. Quello che manca, quello che ti ha sempre lascito un po' freddo nei confronti dei Queens of the stone age sono le canzoni. Probabilmente un genere come il loro non è il più adatto per le melodie, ma resta il fatto che la canzone che riesce meglio è l'ottimo ultimo singolo
In my head e
No one knows sul finale è tirata troppo per le lunghe.
Piccola pausa a fine concerto e si riparte per l'ennesima gita alla tenda Estragon, l'ultima prevista per la giornata e le tue gambe ringraziano. I
Bad religion li avevi visti quattro o cinque anni prima in quello stesso tendone, ma, forse anche a causa della scarsa affluenza, il concerto era stato un po' giù di tono. Questa sera l'affluenza certo non manca. Stai più di dieci minuti in fila per entrare, continua ad arrivare gente e davvero non sai quanti siano rimasti all'arena per vedere i Subsonica. L'Estragon è pieno ma non stipato, bene o male si riesce a respirare. Il sound check va per le lunghe e con circa mezz'ora di ritardo parte
Overture, l'intro dell'ultimo album "The empire strikes first".

Si spengono le luci, la band sale sul palco, parte
Sinister rouge e inizia lo spettacolo. Il muro di suono è incredibile, potente e veloce, tagliente e preciso. L'atmosfera è perfetta e il pubblico risponde alla grande. Un'ora e un quarto di concerto tiratissimo. Semplicemente memorabile. Accanto ai brani migliori dell'ultimo album (
Sinister rouge,
Let them eat war,
God's love,
Los Angeles is burning), i cinque padrini dell'hardcore melodico californiano sparano tutti i loro anthem:
Modern man,
Atomic garden,
21st century digital boy,
Anasthesia,
The generator,
Do what you want. L'apice arriva quando una dietro l'altra vengono suonate
Suffer e
No control. La band è perfetta, il prof. Greg Graffin è carichissimo, salta da una parte all'altra del palco e continua a ringraziare un pubblico assolutamente entusiasta, che poga e canta a memoria tutte le canzoni. Una breve pausa ed è il momento del gran finale con
Infected,
Punk rock song e
American Jesus, la tripletta che mette tutti definitivamente ko. Questi signori sono in giro da venticinque anni, sono tutti sopra la quarantina e hanno ancora un tiro che le nuove leve neanche si sognano lontanamente. Onore ai Bad religion, nettamente il migliore concerto del festival. Semplicemente memorabile.