giovedì, 29 settembre 2005

Black candy

Willie Wonka e la Fabbrica di Cioccolato è uno di quei film che non può mancare nel palinsesto televisivo programmato per il periodo natalizio e chi è nato negli anni ottanta o anche prima (il film è del '71) probabilmente lo conosce bene. Non era un granché come film, ma se hai sette anni, è natale e sullo schermo compare un fiume di cioccolato fuso, va bene comunque.
Poi, anno 2005, è arrivata la quasi inseparabile coppia Tim Burton-Johnny Depp ed ecco uscire nelle sale La Fabbrica di Cioccolato (perché nel tradurre il titolo in italiano sia scomparso il povero Charlie rimane uno dei tanti misteri della distribuzione cinematografica del nostro amato Paese). Parlare di remake della pellicola del 1971 sembra decisamente azzardato, sarebbe meglio dire che è un altro film tratto dallo stesso racconto per ragazzi scritto da Roald Dahl. E al contrario della prima, questa nuova trasposizione cinamatografica è davvero splendida.
Complice la storia di Dahl e la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto quella del cioccolataio Willie Wonka, interpretato magistralmente da Johnny Depp, Tim Burton riesce ad amalgamare alla perfezione le due caratteristiche principali del suo cinema: la visionarietà pop e le atmosfere dark.
L'interno della fabbrica di dolci, è un continuo passaggio da un mondo stufeciaente ad un altro ancora più sorprendente, da uno sguardo stupito ad un altro più stupito del precedente. Ambienti tra loro diversissimi, da onirici paesaggi naturali ad antisettiche e bianchissime stanze fantascientifiche, convivono in un mondo visionario, spesso debitrice della moda e del design degli anni settanta, che non sfiora mai la pesantezza, anzi fa della leggerezza pop, ma mai superficiale, dell'insieme la sua forza.
La componente dark, invece, è qualcosa di più sottile e meno visibile, ma chiaramente percepibile lungo tutto il percorso del film. Il punto centrale di quest'elemento (oltre che di tutta la pellicola) è certamente Willie Wonka-Johnny Depp, un cioccolataio con evidenti problemi relazionali, che da quindici anni vive rinchiuso nella sua fabbrica, che odia i bambini, ma ancor più i loro genitori e la società in cui questi vivono. Tanto però è insicuro nel relazionarsi con gli altri quanto è deciso e crudele nel mettere in opera le punizioni che ha deciso per i piccoli visitatori della sua fabbrica. Ma la componente oscura non è solo Willie Wonka, la si respira chiaramente anche nelle diverse ambientazioni, anche nelle sale più colorate e piene di dolci aleggia quella cupezza dark che Tim Burton riesce a trasmettere nei suoi film, questa volta però senza usare morti, teschi o maledizioni.
E' questa capacità straordinaria di rendere dark il pop ciò che rende tanto visionario e incredibile La Fabbrica di Cioccolato.
In tutto questo il valore aggiunto sono gli Oompa Loompa, piccoli ominidi scovati in mezzo alla giungla da Willie Wonka e da lui assunti per far funzionare la sua fabbrica. Sono tutti interpretati da un unico attore, l'uomo che quando sono uscito dal cinema è automaticamente diventato il mio mito di tutti i tempi: Deep Roy. Fantastici, spassosissimi, perfetto incrocio di gioiosità pop e inquietudine dark, gli Oompa Loompa con le loro canzoni (purtroppo tradotte, doppiate in italiano e inevitabilmente rovinate), accompagnate da coreografie fantastiche, segnano la scansione in capitoli del film (che segue fedelmente quella del libro), facendo passare i protagonisti da un ambiente al successivo, da un bambino eliminato a un altro da eliminare.
Un film bellissimo, divertente, capace di stupire e far rimanere con gli occhi appiccicati allo schermo dal primo minuto all'ultimo.
Oompa Loompa rules.

Scritto da matteb83 alle ore 16:43 || || commenti (1)
martedì, 27 settembre 2005

Time has come today

E quando la mattina esci in maglietta, il freddo per qualche minuto punge sulle braccia. Lo scacci velocemente con qualche pedalata ben assestata, guardando il cielo e pensando che tra qualche ora l'aria si farà più calda.
Ieri pomeriggio è iniziato il tuo quinto e ufficialmente ultimo anno di università. Ieri una persona ha saputo i risultati del test di ammissione al tuo vecchio, caro, corso di laurea triennale e oggi è il suo primo giorno da studentessa di Scenze della Comunicazione.
Lo hai fatto quattro anni fa, ma il tuo test d'ammissione lo ricordi molto bene.
Eri uscito di casa in sella alla solita bici con un'ora abbondante d'anticipo sull'orario indicato nel bando e avevi imboccato la strada più breve per raggiungere il burocratico "luogo di espletamento della prova", ovvero le aule della Facoltà di Ingegneria.
A metà strada eri tornato indietro. Avevi dimenticato a casa la ricevuta del pagamento dell'iscrizione al test. Sul bando c'era scritto a caratteri cubitali di ricordarsi la ricevuta. L'avevi dimenticata sul tavolo.
Eri ripartito spingendo un po' più forte sui pedali e avevi infine raggiunto Ingegneria. Un cartellone vicino alla porta d'ingresso indicava la suddivisione delle aule in base alle iniziali del cognome degli studenti. La tua destinazione era al secondo piano dell'edificio impietosamente chiamato "il prefabbricato" (hanno uno strano tipo di umorismo alla Facoltà di Ingegneria). Avevi aspettato circa un quarto d'ora davanti alla porta dell'aula assieme ai volti e alle voci tese dei tuoi occasionali compagni d'avventura, poi era arrivato un prof assieme a un'assistente. L'assistente aveva fatto l'appello e fatto entrare una persona alla volta, assegnando ad ognuno il proprio banco e una grande busta gialla.
Il prof era di madre lingua inglese, l'accento con cui parlava in italiano era un buon incrocio tra Stanlio e Olio. Aveva letto ad alta voce tutte le due facciate del foglio sul quale erano stampate le istruzioni per il solito "espletamento della prova". Poi erano iniziate le operazioni burocratico-chirurgiche. Aprire la grande busta gialla senza guardarci dentro. Estrarre la busta bianca piccola e il foglio per compilare i dati personali, ma solo quel foglio e nessun altro, pena l'annullamento della prova. Compilare il foglio con i dati personali. Piegare il foglio in tre parti, ma piegarlo per bene, pena l'annullamento della prova, e inserirlo nella busta bianca piccola. Chiudere la busta e inserirla nalla busta bianca di media grandezza, senza però estrarre quest'ultima dalla busta gialla grande e, per carità, senza chiuderla, no, non quella gialla, quella bianca di media grandezza, ma anche quella gialla non bisogna chiuderla, bisogna chiudere solo quella piccola, le altre restano aperte. Sì, quella bianca piccola. No, buste gialle piccole non ce ne sono.
Il tutto, ovviamente, da farsi pena l'annullamento della prova.
Poi era iniziato il test. Non ricordi molto della domande, solo il semi-incomprensibile testo in inglese che parlava degli autori di libri gialli in America agli inizi del novecento, o almeno questo ti era parso di capire, una domanda che oggi sarebbe stata attualissima e fin troppo facile ("Come si chiama il governatore della Banca d'Italia?") e un'altra su un libro, "La certosa di Parma", che non avevi mai letto, e che non hai certo pensato di leggere in questi ultimi quattro anni.
Poi il tempo a disposizione era finito, avevi consegnato fogli, buste e bustine all'assistente, avevi ripreso la bici ed eri tornato a casa. Non era andata male, o almeno così ti sembrava. Ora si trattava solo di aspettare i risultati senza farsi prendere dal panico.
Pena l'annullamento della prova.


Scritto da matteb83 alle ore 13:07 || || commenti
domenica, 18 settembre 2005

I'll stop the rain

La pioggia precipita verso l'asfalto e dalle finestre di questo quarto piano puoi vederla sfrecciare nella sua caduta verticale o quasi.
Domenica mattina e piove, combinazione entusiasmante. E il clima pessimo non può che riempirti la testa di pensieri opprimenti quanto la cappa di nuvole grigie ammassata sulla città.
Il lavoro è ricominciato, la data del prossimo esame è pericolosamente vicina e il nuovo, piccolo, compito di collaborazione, che hai accettato con entusiasmo, è un altro fattore da tenere in considerazione, nel comporre il puzzle delle prossime scadenze e degli impegni futuri.
L'umore scorre veloce dall'alto in basso e viceversa come un'ascensore fuori controllo e ti senti esattamente come il passeggiero che quell'ascensore trasporta: confuso, stordito, ma soprattutto con l'assoluta necessità di ritrovare al più presto un contatto con la realtà, un contatto che possa far fermare quel saliscendi e che possa far aprire le porte cosicché, finalmente, i piedi possano trovare un appoggio stabile, sul pavimento di marmo di qualche pianerottolo.
Dalle finestre del quarto piano le gocce di pioggia continuano a precipitare in basso e non riesci a vedere il momento in cui toccano terra.

Scritto da matteb83 alle ore 13:01 || || commenti (2)
mercoledì, 14 settembre 2005

Plans

Un pomeriggio di due anni fa lessi quasi per caso una recensione entusiastica di "Transatlanticism", disco dei Death Cab For Cutie che era da poco uscito per Barsuk Records. Avevo già sentito nominare più volte quella band, ma per un motivo o per l'altro non avevo mai sentito una loro canzone.
Incuriosito dalla bella recensione mi procurai questo "Transatlanticism" e lo ascoltai. Risultato: rimasi letteralmente folgorato e mi innamorai immediatamente di quell'album e di quella band.
E' più o meno da allora che aspettavo una nuova uscita a nome Death Cab For Cutie.
Ad alleviare l'attesa, la scorsa primavera è uscito "The John Byrd EP", un EP che raccoglie 7 brani registrati dal vivo e che regala un bellissimo finale in cui Blacking out the friction sfuma in una stupenda versione di Brand new love dei Sebadoh. Io però stavo ancora aspettando.
Il 30 agosto, preceduto di qualche settimana dal singolo Soul meets body, finalmente l'attesa è finita ed è uscito il nuovo album "Plans", che segna anche l'abbandono della piccola Barsuk Records a favore di un contratto major con la Atlantic Records.
L'album si apre con Marching band of Manhattan, una traccia che dà subito un'idea abbastanza precisa della direzione che ha preso la band di Seattle per questo nuovo lavoro. Quello che colpisce immediatamente sono i suoni, rotondi e pieni, che rievocano il "The photo album" del 2001, mentre la chitarra distorta secca e tagliente, che riconduce a "Transatlanticism", resta sullo sfondo, pur incastrandosi alla perfezione nella canzione. Ma c'è un'altra novità che viene fuori abbastanza nettamente, la costruzione del brano e le melodie si sbilanciano in modo piuttosto deciso verso l'indiepop, rendendo più marginale la componenete indierock. I testi di Ben Gibbard, invece, restano poetici e sognanti, con un sorriso triste sulle labbra. "And it is true what you said / That I live like a hermit in my own head / But when the sun shines again / I'll pull the curtains and blinds to let the light in".
Soul meets body è la canzone che ha preceduto l'uscita di "Plans" ed è indubbiamente il singolo dell'album. E come tutti i singoli che si rispettano, rispecchia poco il suono del disco: le chitarre si fanno più leggere e ritmiche la batteria è incalzante, la melodia pop e solare, con tanto di ritornello in falsetto che si appiccica in testa all'istante. Certo con un testo che parla del ritrovare se stessi, la propria anima e "If the silence takes you / Then I hope it takes me too", mi spiace per la Atlantic, difficilmente potrà diventare una hit da Mtv. Penso invece che sarà molto facile ritrovarsi a ballare questa Soul meets body nei dj set indie durate i prossimi mesi.
Summer skin è forse il brano che ho fatto più fatica a capire e ad apprezzare. Inizialmente l'avevo bollata, un po' deluso, come canzone-riempitivo e ci sono voluti parecchi ascolti e un'occhiata attenta al testo per capirci qualcosa. Il rullante della batteria in primo piano, un bel giro di basso e tastiere riverberanti regalano un ritratto che rivela quanto, in fondo, sia malinconica l'estate nel suo voler essere a tutti i costi la più allegra delle stagioni, "Cause the seasons change was a conduit / And we left our love in our summer skin".
Different names for the same thing è probabilmente il brano più ambizioso dell'album e forse anche il più bello. Le due strofe, con un testo perfettamente emo-nerd, sono accompagnate solo da un piano vagamente lo-fi, mentre gli ultimi tre minuti sono lasciati a una bellissima coda strumentale, in cui fa capolino anche qualche parte elettronica, con un'esplosione elettrica, ma sempre piuttosto contenuta, nel finale e la ripetizione infinita del ritornelllo, tra echi e riverberi. Una della canzioni più belle scritte dai Death Cab For Cutie.
E dopo il crescendo strumentale, quasi a contrastare in modo deciso la traccia precedente, con I will follow you into the dark si passa a una dimensione totalmente acustica, dove Ben Gibbard può mostrare ancora una volta le sue indubbie capacità di songwriter. Chitarra, voce e i primi tre versi che dicono tutto: "Love of mine some day you will die / But I'll be close behind / I'll follow you into the dark". Un testo e una canzone da brividi, un gioiellino a fare da spartiacque tra la prima e la seconda metà dell'album. "If there's no one beside you / When your soul embarks / Then I'll follow you into the dark".
Your heart is an empty room suona come una della canzoni più (indie)pop di "Plans", sezione ritmica pulsante e chitarre in primo piano. Leggera, anzi, lieve, ma non per questo trascurabile e con un testo (incredibile!) vagamente ottimista, "And all you see is where else you could be / When you're at home there on the street / Are so many possibilities to not be alone". Salta fuori dopo qualche ascolto, come del resto gran parte delle canzioni più belle dell'album.
In Someday you will be loved, invece, si incontra il ritornello più orecchiabile del disco, e probabilmente anche il testo più triste, nerd e malinconico ("You'll be loved you'll be loved / Like you never have known / The memories of me / Will seem more like bad dreams"). I toni sono delicati, accompagnano alla perfezione il testo, fino all'improvvisa esplosione elettrica, negli ultimi quaranta secondi, che sorprende senza risultare fuori luogo e anzi va ad equilibrare, contrastandola, la prima parte della canzone per concludere in un crescendo davvero notevole.
Se Your heart is an empty room è forse la canzone più (indie)pop dell'album, Crooked teeth (omaggio ai Pavement?) è induscutibilmente quella più (indie)rock. Pochi accordi, melodia secca e accattivante, chitarre distorte e un giro di basso che ricorda Warning dei Green Day (!), mille altre canzoni e un po' anche Fighting in a sack degli Shins. Un guizzo che scuote la malinconia e restituisce un sorriso. Certo, appena accennato, ma pur sempre un sorriso.
What Sarah said è il brano più lungo (6 minuti abbondanti) e anche il più difficile di "Plans" e ancora fatica ad entrarmi in testa. La struttura e l'idea di fondo è simile a quella che animava Different names for the same thing, tastiere in primo piano e la seconda metà del brano quasi completamente strumentale, ma i tempi sono più dilatati, la struttura più esile e i toni più pacati, sfuggenti, quasi sognanti. Il testo, ancora una volta, di rara bellezza, "It's done like a violent limp that out memories depend on a faulty camera in our minds / And I knew that you were truth I would rather lose than to have never lain in the sun at all". Una canzone difficile da afferrare, che non vuole attirare troppo l'attenzione e forse è proprio questa delicata sfuggevolezza che la rende tanto intensa.
L'intro tastiera-batteria-basso di Brothers on a hotel bad è una delle cose che preferisco di questo album. Canzone breve, dall'atmosfera rarefatta che ancora una volta si adatta perfettamente al testo ("Cause now we say goodnight from our own separate sides / Like brothers on a hotel bed") e ancora una volta rischia di far sentire qualche brivido di malinconia a chi l'ascolta.
La chiusura di "Plans" è affidata a Stable song, il brano che maggiormente ricorda le sonorità secche di "Transatlanticims" e che nella struttura ricorda molto da vicino proprio la titletrack dell'album del 2003 (il verso finale "I won't mind" non può non ricordare la ripetizione ossessiva di quel "I need you so much closer"). Un ponte con il passato più vicino, che però non rispecchia i suoni della altre canzoni di "Plans" e fatica ad incastrarsi con le precedenti dieci tracce.
"Plans" è un album diverso da quello che mi aspettavo, che facendo un passo indietro verso le sonorità più piene e rotonde di "The photo album", allo stesso tempo avanza verso territori più indiepop che indierock ed esplora nuove soluzioni nella costruzione delle canzoni. Un album corale, di una band in cui tutti i componenti hanno indubbiamente lo stesso peso e riescono ad amalgamarsi ed equilibrarsi a vicenda quasi sempre alla perfezione. Ora non resta che aspettare un tour europeo per poterli finalmente vedere dal vivo.


Scritto da matteb83 alle ore 10:09 || || commenti
martedì, 06 settembre 2005

Through these eyes

Per quanto ti riguarda, anche se non ufficialmente, l'Indipendent Days Festival 2005, in programma per il 4 settembre, inizia la sera prima: alla tenda Estragon sono in programma Stars e Hot hot heat.
Gli Stars suonano mentre tu sei imbottigliato nel traffico del sabato sera e cerchi parcheggio. Good grief! Ovviamente il concerto pare sia stato molto bello. Sarà per un altra volta. Forse. Si spera.
Ma almeno riesci a vedere gli Hot hot heat. E lo spettacolo è improbabile e fuori luogo esattamente come te lo aspettavi, con tanto di spazi riservati agli assoli di basso, batteria, tastiera e chitarra! Il cantante, una sorta di Brian May ristretto, si dimena senza motivo, si arrampica, salta, scende dal palco, risale, suona la tastiera nelle posizioni più contorte, gronda sudore ed è incapace di stare fermo per più di un secondo. Sopra le righe, sboccati, ma anche molto autoironici e soprattutto in possesso di una serie fulminante di brani danzerecci e ritornelli assassini durante i quali è davvero difficile evitare di dimenarsi come pazzi. Esci contentissimo dal concerto, elargendo entusiamo ingiustificato, carico per la lunga giornata successiva.
Hai appuntamento all'Arena Parco Nord ad un orario improponibile, tipo alle due e mezza, ma quando arrivi da quelle parti in sella al fedele biciclo, lo spettacolo è già iniziato e lungo via Stalingrado un buon numero di persone dirige verso l'entrata.
La ragione principale per cui ti trovi lì ha un nome e un cognome: Mike Ness, ovvero Social distortion. Ragione secondariamente supportata anche dai nomi di Bad religion, Peawees e da una certa curiosità per i Queens of the stone age.
Le prime note che arrivano alle tue orecchie, mentre ancora sei fuori dall'arena, sono quelle degli Editors. Li ascolti provando a prestare attenzione per qualche minuto, poi rinunci. L'ennesimo gruppo simil-anni80, simil-dark-new-wave, molto simil-Interpol e quindi molto simil-Joy division. Non che il genere non ti piaccia, però, francamente, bóna.
Resti ancora fuori a chiaccherare e girovagare per qualche tempo, i Meganoidi sono diventati talmente noiosi che riescono a infastidirti anche a qualche centinaio di metri di distanza. E dire che all'inizio erano anche divertenti, e dire che (ebbene sì, ammetilo) il secondo album non ti era affatto dispiaciuto. E invece ora si perdono dietro questa specie di rock indolente, che vorrebbe rivelarsi musicalmente profondo, ma finisce per essere solo inconsistente e molto prevedibile.
Alle quattro e mezza alla tenda Estragon suonano i Peawees, ti perdi i Maximo park, che un po' ti incuriosivano, ma poco male, dovrebbero tornare da quelle parti tra qualche mese e volendo li puoi sempre recuperare.
E' la prima volta che vedi i Peawees dal vivo, ma hai sempre sospettato che fossero un'ottima live band. E davvero non sbagliavi. Sorprendentemente c'è più pubblico di quello che ti aspettavi e sorprendentemente quasi tutti sembrano conoscere le canzoni del gruppo di La Spezia (o meglio, Las Pezia: qualcuno sa perché). Solido punk-rock venato da influenze 50s e suonato come si deve. I quattro sul palco sono impeccabili e il set è ottimo: quasi tutte le canzoni estratte dal bellissimo ultimo album "Dead end city" e c'è spazio anche per due inediti niente male che fanno sperare in una nuova uscita a breve. Davvero bravissimi, una delle migliori punk-rock band italiane.
Qualche minuto di pausa e riparti alla volta dell'arena per il set più atteso della giornata: Social distortion. Quando arrivi ti accorgi subito che non sei il solo ad attendere l'esibizione di Mike Ness e soci: sono le sei meno un quarto e la folla davanti al palco è numerosa e vociante, tutti sembrano aspettare con ansia l'inizio del concerto.
Mike Ness sale sul palco accompagnato da un'ovazione generale, grosso, tatuato, occhiali da sole, canottiera nera. Imbraccia la Les Paoul e il set inizia con l'accoppiata fulminanate Reach for the sky e Highway 101, entrambe estratte dall'ultimo bellissimo album "Sex, love and rock 'n' roll". La scaletta è entusiasmante, degna di un gruppo che ha fatto la storia del punk-rock e che dopo venticinque anni è ancora capace di sfornare canzoni e album memorabili. Brividi durante il classicone Mommy's little monster, cori esagitati per Sick boys e Prison bound e poi una carichissima Don't drag me down e una profonda Don't take me for granted, dedicata a Dennis Danell, chitarrista e co-fondatore dei Social Distortion, scomparso cinque anni fa.
Nonostante location e orario non aiutino, lo spettacolo è impeccabile, i suoni sono buoni e la band non sbaglia niente. Poco più di un'ora di concerto vola via in un attimo e quando il palco si svuota e parte la musica in sottofondo rimangono nell'aria le parole di Mike Ness che poco prima, scusandosi perché l'unica data italiana per il 2005 è andata a finire in un festival, ha aggiunto che forse il prossimo anno ci sarà spazio per un nuovo tour nei club. Incroci le dita.
Il tempo per mangiare qualcosa e sei di nuovo in marcia per la tenda Estragon. Sul palco hanno appena iniziato a suonare i Blood Brothers. Avevi sentito qualche loro canzone qua e là, ma non ti avevano mai convinto più di tanto col loro miscuglio di harcore, scremo, garage e spezie assortite. L'intenzione era quella di ascoltarli distrattamente e approfittarne per rifiatare e riposarsi un po'. Invece, dopo qualche minuto devi ricrederti e ti tocca ancora una volta avvicinarti al palco, quasi calamitato da quello strambo miscuglio sonoro. Look improbabile, urla, chitarra sferragliante, rumore al limite del fastidioso. Insomma, ottimi. La sorpresa della giornata. Arrivi in ritardo, lo sai, e ti dici che devi rimediare al più presto alla lacuna Blood Brothers.
Prima di muovere verso i Queens of the stone age, resti ancora un po' alla tenda Estragon e ascolti i primi quattro o cinque pezzi degli indie-acclamatissimi Futureheads. Dal vivo non sono male e, a fianco delle sonorità rock anni80, esce con più forza l'indole punkeggiante che resta un po' nascosta su disco, ma continuano a dirti poco. Restano uno di quei gruppi che puoi anche apprezzare, sai che non sono male, ma non ti prendono, non riescono a farti avvicinare al palco.
Esci, qundi, di nuovo alla volta dell'arena e quando arrivi i Queens of the stone age hanno già iniziato. Chitarre potenti, sezione ritmica incalzante, toni nel complesso abbastanza cupi. L'abituale formazione a tre diventa spesso a cinque, completata da un secondo chitarrista e da una tastierista. Le  digressioni chitarristiche di Josh Homme non rischiano mai di cadere nel virtuosismo, le canzoni sono dilatate, i suoni caldi e pesanti. Tecnicamente sono tutti perfetti e precisi, il batterista è semplicemente un mostro. Quello che manca, quello che  ti ha sempre lascito un po' freddo nei confronti dei Queens of the stone age sono le canzoni. Probabilmente un genere come il loro non è il più adatto per le melodie, ma resta il fatto che la canzone che riesce meglio è l'ottimo ultimo singolo In my head e No one knows sul finale è tirata troppo per le lunghe.
Piccola pausa a fine concerto e si riparte per l'ennesima gita alla tenda Estragon, l'ultima prevista per la giornata e le tue gambe ringraziano. I Bad religion li avevi visti quattro o cinque anni prima in quello stesso tendone, ma, forse anche a causa della scarsa affluenza, il concerto era stato un po' giù di tono. Questa sera l'affluenza certo non manca. Stai più di dieci minuti in fila per entrare, continua ad arrivare gente e davvero non sai quanti siano rimasti all'arena per vedere i Subsonica. L'Estragon è pieno ma non stipato, bene o male si riesce a respirare. Il sound check va per le lunghe e con circa mezz'ora di ritardo parte Overture, l'intro dell'ultimo album "The empire strikes first". Si spengono le luci, la band sale sul palco, parte Sinister rouge e inizia lo spettacolo. Il muro di suono è incredibile, potente e veloce, tagliente e preciso. L'atmosfera è perfetta e il pubblico risponde alla grande. Un'ora e un quarto di concerto tiratissimo. Semplicemente memorabile. Accanto ai brani migliori dell'ultimo album (Sinister rouge, Let them eat war, God's love, Los Angeles is burning), i cinque padrini dell'hardcore melodico californiano sparano tutti i loro anthem: Modern man, Atomic garden, 21st century digital boy, Anasthesia, The generator, Do what you want. L'apice arriva quando una dietro l'altra vengono suonate Suffer e No control. La band è perfetta, il prof. Greg Graffin è carichissimo, salta da una parte all'altra del palco e continua a ringraziare un pubblico assolutamente entusiasta, che poga e canta a memoria tutte le canzoni. Una breve pausa ed è il momento del gran finale con Infected, Punk rock song e American Jesus, la tripletta che mette tutti definitivamente ko. Questi signori sono in giro da venticinque anni, sono tutti sopra la quarantina e hanno ancora un tiro che le nuove leve neanche si sognano lontanamente. Onore ai Bad religion, nettamente il migliore concerto del festival. Semplicemente memorabile.

Scritto da matteb83 alle ore 19:54 || || commenti (10)