venerdì, 26 agosto 2005

Tell me

La copisteria dove stanno le dispense che avevo intenzione di recuperare è chiusa per ferie fino a fine mese. Niente di fatto, dunque.
Torno verso una Piazza Verdi ancora semi deserta e mi siedo su un gradino lungo via Zamboni. In giro si vedono qualche famiglia di turisti e soprattutto aspiranti universitari, in cerca di iscrizione, carichi di carte, mappe della città, moduli, avvisi e scadenze.
Un ragazzo mi passa davanti guardandosi intorno con l'aria di chi non sa dove si trova, nè dove sta andando. Mi supera di qualche passo poi si ferma. Si guarda intorno ancora, sperando forse di trovare delle indicazioni o qualunque altro segnale che lo possa aiutare a trovare la strada giusta. Mi vede con la coda dell'occhio e ritorna indietro fingendo impacciato di guardare uno dei fogli che tiene in mano.
"Scusa sai mica dov'è la segreteria?", mi chiede continuando a guardarsi intorno ansioso.
La domanda è decisamente vaga. Provo ad approfondire.
"La segreteria di che cosa?", chiedo.
Lui mi guarda come se gli avessi chiesto la capitale del Burkina Faso.
"La segreteria. Devo iscrivermi all'università", risponde con un tono ancora più disperato di prima. Potrebbero essere ore che sta girando qui intorno senza sapere dove andare.
"Questo l'avevo capito", rispondo, "ma avrai scelto una facoltà alla quale iscriverti, immagino."
"Sì, certo", il suo sguardo è sempre più sperduto.
"Ogni facoltà ha una propria segreteria con una propria sede", gli spiego. "A che facoltà devi iscriverti?"
"Lettere moderne", risponde veloce. Questo lo sa, ne è certo, è sicuro.
Per un attimo penso che porei mettermi a fare il pignolo e dirgli che Lettere moderne non è una facoltà ma un corso di laurea e che la facoltà si chiama Lettere e Filosofia, ma decido di non infierire e poi in fondo il ragazzo mi sta simpatico.
Gli spiego velocemente la strada per la segreteria di Lettere, gliela ripeto due volte per essere sicuro che abbia capito bene.
Lui sorride, mi ringrazia una ventina di volte e continua a salutarmi mentre si incammina verso il fondo di via Zamboni.

Scritto da matteb83 alle ore 13:07 || || commenti (3)
martedì, 23 agosto 2005

Cat-like

Billie Joe è il mio gatto. Vive sull'appennino tosco-emiliano, a casa di mia nonna, o sarebbe meglio dire attorno a casa di mia nonna, dato che la maggior parte del tempo la passa a vagare per boschi e campi, e ogni tanto scompare nel nulla per poi riapparire misteriosamente qualche settimana dopo.
Billie Joe è l'unico felino di mia conoscenza che quando dorme non ri raggomitola, non si rannicchia, non si acciambella, come è usanza tra queste specie animali. No, lui si allunga. Si distende il più possibile, inarca la schiena e allunga la coda. E lo fa soprattutto, il furbone, quando entra in casa e può prendere possesso di un paio di morbidi e comodi cuscini. Allora serve poco anche tormentarlo e fargli gli agguati, il massimo che si riesce a ricavare, quando va bene, è un'occhio stanco che si apre o un orecchio che si muove. E' capace di restare ore allungato sui suoi cuscini, campione felino di stretching, e cronico dormiglione, con quell'aria da gatto beato, che non può desidere altro dalla vita che una casa calda e un morbido giaciglio.
Billie Joe mi assomiglia molto, o forse sono io che assomiglio molto a Billie Joe.
Billie Joe, quando ne ha voglia, mi segue mentre passeggio per la carreggiata in mezzo ai campi o mi raggiunge miagolante mentre sto seduto sulla cima della collinetta che domina il colpo d'occhio del paesaggio, giù in fondo fino alla cappa grigia di smog e umidità che delimità i contorni dell'area urbana. Miagola da lontano come ad avvisare del suo arrivo e poi si avvicina silenzioso, mentre i grilli schizzano lontano al passaggio delle qattro zampe pelose tra i fili d'erba medica. Quando arriva mi si siede accanto ed inizia a guardare nella stessa direzione in cui sono rivolti i miei occhi.
E restiamo così, ognuno pensando ai fatti propri, o forse solo cercando di non pensare, finché uno dei due non decide di alzarsi e tornare verso casa. Allora anche l'altro si mette in piedi, o a quattro zampe, e insieme attraversiamo il campo di nuovo, ripercorrendo la stessa strada al contrario, spaventando i grilli che saltano impazziti da un filo d'erba ad un altro più lontano.

Scritto da matteb83 alle ore 15:30 || || commenti (5)
martedì, 16 agosto 2005

London calling

Appunti sparsi, estratti dalle pagine scarabocchiate durante l'intensa settimana trascorsa dal vostro affezionato in territorio londinese.

Ad una prima, veloce, occhiata Kensington Gardens e Hyde Park, insieme, potrebbero tranquillamente essere più grandi del centro di Bologna.
Londra. Eccomi qua, la schiena appoggiata ad un albero, nel parco principale della città e un fiume di gente che sciama lungo le strade pedonali o si rilassa sdraiata negli enormi prati tagliati, rigorosamente, all'inglese.
Sulle rive del lago uno sciame di bambini gioca con questi enormi cigni bianchi e altri pennuti assortiti, che non sembrano per nulla infastiditi nè spaventati. Gli scoiattoli vagano tranquilli tra erba ed alberi. Uno sembrava particolarmente incuriosito dalla mia presenza, ha zampettato fino ai miei piedi ed è rimasto a fissarmi perplesso per forse un minuto, prima di aggirarmi e scalare un albero poco lontano. Forse aveva percepito il senso di spaesameno che, a poche ora dal mio arrivo in questa città, sento ancora chiaro e forte.
La prima cosa che colpisce sono le dimensioni. Per arrivare fino a qui a piedi ci ho messo mezz'ora e ho attraversato una parte davvero infinitesima della città, non più di due o tre fermate di metropolitana. Qui tutto è più ampio e le distanze sono enormi. L'impressione è quella di avere attorno uno spazio urbano più ampio di quanto si riesca immaginare, di essere completamente avvolti dalla città. Ma non è una sensazione claustrofobica, al contrario trasmette una grande sicurezza e anche serenità.
La seconda cosa che subito si percepisce è la multiculturalità. Nelle strade che ho attraversato fino a qui ho visto negozi e ristoranti davvero di ogni parte del pianeta. Il sushi bar Wasabi a fianco del ristorante italiano La Pappardella, di fronte al ristorante cinese Golden Dragon. Insegne scritte in arabo a pochi metri da un grande pub o da un take away indiano. Donne iraniane, avvolte nel loro chador nero, che passeggiano con sporte di Harrods o Marks & Spencer. Credo che girare per le strade Londra potrebbe essere l'incubo peggiore di ogni buon xenofobo.

La stanza in cui dormo è al numero 4 di Hildyard Road, a Fulham, a sud di Hammersmith. Una casa anonima, uguale a decine di altre nella zona. La padrona di casa è gentilissima e la colazione inglese ottima. Cereali, latte, caffè, pane tostato, burro, marmellata di mirtilli e d'arancia, bacon, uova, salsicce. Devo ancora capire dove gli inglesi trovino il tempo alla mattina per mangiare tutta quella roba. Forse la colazione completa la fanno solo nei week-end, mi rifiuto di pensare che si sveglino prima tutti i giorni per dedicare mezz'ora al breakfast o che riescano a ingurgitare tutta quella roba in meno di venti o trenta minuti.
La vita costa cara da queste parti, me ne sto accorgendo molto velocemente. A partire dalla tube: 4.70 pound (quasi 7.50 euro) per il biglietto giornaliero per le zone 1 e 2, ovvero il centro e la prima periferia.
La fermata della metro più vicina a Hildyard Road è West Brompton, all'inizio della zona 2. Ci passa la linea District, che tutto sommato è piuttosto comoda anche se, soprattutto al ritorno, due volte su tre bisogna cambiare treno a Earl's Court. Ma non c'è mai molto da aspettare, è tutto molto efficiente. Del resto, la città più grande d'Europa, con quasi otto milioni di abitanti, non può certo permettersi che qualcosa non funzioni. E tutto, infatti, sembra scorrere pensato e ben rodato, il traffico è intenso e rumoroso ma mai troppo caotico, le code sono ordinate, veloci e mai troppo lunghe e gli spazi sembrano sempre grandi abbastanza per contenere tutti.
L'ingresso alla National Gallery è gratuito, come del resto lo è per tutti i principali musei della città. I controlli di sicurezza sono rigorosi ed è più che comprensibile, visto il numero di capolavori che custodisce. Da Duccio di Buoninsegna a Van Gogh, vagare per le grandi sale della galleria è semplicemente un piacere per gli occhi.
Buckingam Palace è, se possibile, anche più brutto di quello che sembra in televisione, il Victoria Memorial, che sta di fronte al palazzo, invece, è davvero orrendo. Le guardie reali, poi, con la loro giubba rossa e il colbacco, si situano esattamente a metà strada tra il ridicolo e il deprimente. Malto più bello e rilassante, invece, è Green Park, altro grande e verdissimo parco londinese, dove ho visto allenarsi una squadra giovanile di rugby, delle ballerine indiane e un gruppo di spadaccini. Tralascio, ovvimente, le partite di calcio più o meno improvvisate e professionali, perché quelle sono ovunque ci sia uno spazio verde grande abbastanza per ospitare un campo da gioco. Un punto in comune con l'Italia.

Cortesi ma decisi, questi poliziotti inglesi.
Sono in tutte le fermate della metropolitana, a volte anche sopra ai treni e davanti a tutti gli edifici principali della città.
Mi fermano in Parliament Street, mentre dirigo verso Westminster e il caro vecchio Big Ben. Sono in due e il giubottino giallo fosforescente che portano sopra la divisa non li rende poi tanto ridicoli quanto potrebbe sembrare ad una prima occhiata. Quello più alto e più giovane mi viene incontro e mi si piazza davanti. Mi fermo e comincia a parlarmi con un accento abbastanza incomprensibile, forse scozzese. Lo interrompo a metà di una frase e mi guarda storto. Gli dico che sono straniero e non riesco a capirlo bene e gli chiedo se possiamo spostarci dall'altro lato del marciapiede, dove il rumore del traffico è meno assordante. Annuisce e sorride. Gli mostro la carta d'identità e mi fa qualche domanda, da dove vengo, che cosa studio, dove sto andando, quanto penso di fermarmi a Londra. L'altro, che fino a questo momento è stato immobile a guardare con occhi sospetti i passanti, tira fuori un libretto rosa e ricopia i miei dati. L'unica cosa che mi preoccupava un po' era spiegargli come mai ero in vacanza a Londra da solo. Avevo già pronta una risposta esistenzial-filosofica del tipo "Sai, a volte hai bisogno di lasciarti tutto alle spalle e chiederti dove sta andando la tua vita", ma non mi hanno chiesto niente a riguardo. Peccato.
Dopo aver studiato ogni anfratto del mio portafoglio, dopo avermi fatto svuotare le tasche, dopo aver analizzato il pericoloso contenuto della mia borsa e dopo aver per ben due volte richiesto alla centrale informazioni sul mio conto, con tanto di spelling di nome e cognome, e non aver ricevuto alcuna risposta (ché il sottoscritto ha la fedina penale immacolata, per ora), finalmente mi hanno lasciato andare augurandomi buona giornata e buon soggiorno. Decisi ma cortesi.
Come ricordo mi hanno lasciato tre pagine di verbale, compresa la facciata esplicativa "Explaining Police Powers to Stop or Search You...... Know Your Rights!" La polizia inglese che cita i Clash?

Camden è il mercato perfetto. Esattamente quello che dovrebbe essere ogni vero mercato. V. e M. sono venute a trovarmi da Brighton e passiamo buona parte della giornata a girare tra negozi improbabili e bancarelle fittissime. In vendita c'è davvero di tutto, nuovo e usato. Vestiti con decenni di storia alle spalle, occhiali da sole, scarpe, dischi, gioielli, cianfrusaglie e gli immancabili souvenir kitsch, tipo il portachiavi con il Big Ben o la tazza con il faccione della regina Elisabetta. La confusione è tanta, ma basta fare pochi metri per ritrovarsi a passeggiare lungo il Regent's Canal in completa solitudine e chiedersi se i barconi ancorati lungo la riva siano abitati da qualcuno. A giudicare dalle tendine e dai vasi di fiori appesi, si direbbe di sì, ma rimane l'interrogativo su come faccia il postino a recapitare la posta.
Non credo riuscirei a vivere a Soho: nel giro di pochi mesi, forse poche settimane, esaurirei il mio conto in banca spendendo tutto nelle decine di negozi di dischi usati. L'usato in Italia è visto o con disprezzo, come qualcosa per gente poveretta senza soldi e senza futuro, oppure viene esaltato e rivenduto a cifre astronomiche, e in quest'ultimo caso non si parla più di "usato", ma di "vintage". Enorme differenza.
In Italia l'usato è per i pezzenti. In Inghilterra sono meno ipocriti e molto più furbi. L'usato viene venduto e acquistato senza problemi, per i vestiti, per i dischi e per tutto ciò che si può riutilizzare. Cresce la voglia di trasferirsi da queste parti.

Le stazioni della tube sono piene di manifesti pubblicitari. Per la maggiore vanno i libri e le polizze assicurative. Ma un cartellone ha catturato la mia attenzione sin da quando sono arrivato qui a Londra. L'immagine è quella inconfondibile del coniglione cattivo di Donnie Darko e le uniche scritte sono "august 6th 2005" e "Kensington Gardens" seguite dall'indirizzo di un sito web "for info and tickets".
Non mi lascio certo sfuggire l'occasione di vedermi Donnie Darko in lingua originale, proiettato a Kensington Gardens.
Per trovare il luogo della proiezione ci metto due ore. Non c'era nessuna indicazione e le due persone a cui ho domandato dovevano essere gli unici due londinesi che non sapevano nulla del film.
Lo schermo è montato in un grande prato vicino al confine, piuttosto indefinito per la verità, con Hyde Park. L'intera zona è recintata ed è enorme. A fianco dello schermo c'è un piccolo palco su cui monta un'orchestra. Arrivo alle otto, la zona recintata è già quasi piena e la gente continua ad entrare.
Alla biglietteria vengo a sapere che i biglietti si potevano acquistare solo su internet e che, come se non bastasse, l'evento è sold out. Mentre mi allontano dal box office un ragazzo mi avvicina e mi chiede sottovoce se mi interessa comprare un biblietto. I bagarini al cinema non li avevo mai incontrati. Declino, gentile, l'offerta e vado a sedermi su una zona di prato non recintata poco distante. Lo schermo si riesce a vedere abbastanza bene lo stesso e, vista la quantità di gente seduta da queste parti, molti sembrano aver avuto la mia stessa idea.
C'è ancora un'ora abbondante prima dell'inizio della proiezione e mi sdraio sull'erba a fumarmi una sigaretta e a godermi il tramonto tra gli immancabili nuvoloni che si arrossano in cielo.
Mentre la luce si affievolisce, l'orchestra, che scopro essere addirittura la National Symphony Orchestra, suona le parti strumentali della colonna sonora del film e in conclusione, con mia somma sorpresa, sale sul palco Michael Andrews a cantare la cover di Mad World dei Tears For Fears, canzone che fa da colonna sonora alla scena conclusiva e cruciale.
Mentre torno verso la mia stanza, cercando di districarmi dalla folla che si è riversata in strada dopo la fine del film, penso a quanto in effetti sia enorme questa città. A Bologna, con i suoi quattrocento mila abitanti, d'estate proiettano gratis i film in Piazza Maggiore e la piazza il più delle volte si riempie. A Londra, quasi otto milioni di abitanti, una cosa del genere non è possibile. Questa sera a vedere Donnie Darko, a pagamento, ci saranno state diecimila persone o forse anche di più.

Cose novevoli sopra e sotto la citta di Londra:
- Le auto si fermano sulle strisce pedonali. Detta così non sembra una grande notizia, ma vedendolo dal vivo uno quasi ci rimane male. Per attraversare la strada non è necessario aspettare che non ci siano macchine in arrivo, nè buttarsi nel traffico pregando di non esere investiti dalle auto che ti sfrecciano da tutti i lati. Basta mettersi all'altezza di una delle numerose strisce pedonali e mostrare l'intenzione di voler attraversare, a quel punto le auto che stanno sopraggiungendo, ma anche le moto e i motorini, si fermano per farti passare. E' una cosa talmente insolita che le prima volte che ti succede ci rimani male e fai grandi sorrisi e semi-inchini di ringraziamento agli automobilisti, che di risposta ti guardano con sguardo interrogativo e perplesso.
- In metropolitana tutti leggono. Quasi tutti i londinesi, maschi e femmine, vecchi e giovani, quando salgono sul treno estraggono dalla borsa o dallo zaino un libro tascabile e si mettono a leggere. Libri da poco, intendiamoci. Niente filosofia o alta letteratura. Per i maschi vanno di gran moda i thriller, mentre la popolazione femminile si perde dietro libri rosa o, raramente, qualche giallo. Il mercato del libro sembra andare a gonfie vele da queste parti, gran parte degli spazi pubblicitari nelle stazioni della tube, ma anche per le strade, è occupata da pubblicità di libri.
- Impazza il sodoku. Chi non ha un libro da leggere si butta sul sodoku. Da queste parti la moda dilaga sul serio, non come in Italia dove sembra più che altro una montatura dei grandi quotidiani per vendere qualche copia in più. Un distinto signore questa mattina, vestito di tutto punto con un completo molto elegante, si è seduto, ha fatto scattare la serratura della valigetta ventiquattrore ed ha estratto dei fogli. Io ero seduto nel posto a fianco e mi aspettavo dei documenti contabili o qualche cosa del genere. Do un'occhiata veloce: era un blocco di fogli con una serie di sodoku fotocopiati su entrambe le facciate, molti dei quali già risolti.
E sono vendutissimi anche i libri di sodoku e quelli che spiegano le tecniche per risolverli. Mah.
-Tutti hanno l'iPod. Non solo i ragazzi, ma anche professionisti in giacca e cravatta, mamme e persino anziani. Tutti con il loro iPod o qualche altro lettore mp3 (la Apple, comunque, va per la maggiore). Non so che musica ascoltino, ma sembra che a molti piaccia asoltare musica e questo non può che essere un bene.

Ripartire è sempre difficile e l'ultimo giorno è sempre quello più triste.
La mattinata è passata nella visita alla bellisima Tate Modern e le ultime dieci sterline sono servite per il biglietto d'ingresso alla mostra di Frida Kahlo, al terzo piano della galleria. Esposizione bellissima e ben fatta. Sono pentito di averla vista in quest'ultimo giorno, quando l'umore non è certo dei migliori. Ma del resto questa città che sto lasciando è talmente grande e le cose da vedere talmente tante che non si può non ripartire con qualche rimpianto. Hammersmith e Fulham, Westminster e Whitehall, Picadilly e Soho, Camden Town, la City. Ho provato a immergermi in questa città, a guardarla con occhi stranieri, ma anche a comportarmi da londinese, fare la spesa da Sainsbury's e farmi scaldare il "panini" e preparare un milkshake da Caffè Nero, tornare verso la stanza in metro con gli auricolari, dopo un paio di birre al pub.

Il pullman rimane imbottigliato nel traffico più del solito e arriva a Stansted con mezz'ora di ritardo, cinque minuti prima della chiusura del check-in.
"You're late", mi dice un po' preoccupata la signorina dietro al banco.
"I don't like queuing", le rispondo mettendo la valigia sul nastro trasportatore.
In una settimana ho fatto in tempo anche a prender su questo simpaticissimo humor inglese. Spero passi presto.
Mi avvio al gate a passo spedito e raggiungo un gruppo di persone che vanno nella mia stessa direzione.
"Oh", li sento dire, "hai letto là? 'Smoching zon'. Si può fumare! Cioè dai fermiamoci, che poi quella tipa seduta non è male".
Ancora prima del decollo, eccomi tornato in Italia.

Scritto da matteb83 alle ore 20:30 || || commenti (1)
lunedì, 01 agosto 2005

In the city

Dunque si va in vacanza.
Dunque il blog chiude per una buona settimana, non aspettatevi risposte alle mail o ai commenti.
Dunque si va a Londra, città ascoltata mille volte e mille volte sognata nella sua rivolta di fine anni '70.
Dunque si parte.
Aereo da Forlì e poi una settimana di vita solitaria nella capitale inglese.
La stampante ha appena finito di sputare quattro pagine che elencano i concerti della settimana nei vari pub e rock club. Chissà cosa riuscirò a combinare.
Non mi è ancora ben chiaro come mai mi sia venuta questa malsana idea di partire da solo per una città enorme e per me praticamente sconosciuta. E come mai abbia voluto così tanto questa settimana di vacanza inglese, tanto che alla fine sono riusciuto davvero a organizzarla e sono qui a salutare tutti prima di partire. Solitamente queste malsane idee svaniscono nel nulla dopo non più di ventiquattr'ore dal loro concepimento.
Probabilmente le risposte a questi perché le troverò nel corso del viaggio, o almeno lo spero.

Scritto da matteb83 alle ore 22:50 || || commenti (4)