Unemployed investigator

Come se non bastasse quella strega ha lascito un'altra busta sotto la porta per "sollecitare il pagamento del canone d'affitto". Avesse almeno il coraggio di venirmeli a chiedere in faccia i suoi sporchi soldi.
Avrei davvero bisogno di qualche bigliettone.
Urgente bisogno.
Ma di clienti, ovviamente, nemmeno l'ombra.
Da ventisette giorni l'unica persona che entra ed esce da quella dannata porta a vetri è il sottoscritto: un po di compagnia, accompagnata da un portafoglio ben imbottito, farebbe davvero piacere.
Pare che la gente non voglia risolvere i propri problemi. I problemi seri, intendo. Ché, lo sanno, se qualcuno entra da quella porta per chiedermi di seguire la mogliettina e scoprire con chi si va a divertire nelle ore d'ufficio, invece di restarsene a casetta a fare le pulizie, be', quel qualcuno farebbe meglio a tornarsene sui propri passi il più in fretta possibile, prima che riesca a raggiungerlo e rifilargli qualche pedata ben assestata sul quel suo culone da impiegato cinquantenne.
Per queste cazzate la città è piena di sedicenti colleghi, che passano le proprie giornate a studiare le scappatelle di mogli e mariti. Non capisco con che coraggio si facciano chiamare "investigatori privati". Sono nè più nè meno che gli scagnozzi tirapiedi dei loro amichetti divorzisti, ecco cosa sono. Scagnozzi tirapiedi, altro che colleghi. Come quel Johnson, con quel suo disgustoso ufficio spazioso, le poltrone e le riviste nella sala d'aspetto. La sala d'aspetto! Ma chi cazzo si crede di essere? Un dannato dentista?
Dovrei mettere a posto lo schedario. Dovrei metterlo a posto da almeno due mesi, ma oggi proprio non ne ho voglia. Potrei almeno alzarmi e andare a chiudere l'ultimo cassetto che da giorni è rimasto aperto a metà. Ma ho già abbastanza caldo qui seduto, senza bisogno di fare altra attività fisica. Che continui pure a prendere polvere, il dannato schedario.
Dannazione.
Passi che salgono le scale.
Vuoi vedere che la vecchia si è decisa a chiedermi in faccia i soldi dell'affitto? E ora cosa mi invento? Potrei provare a farmi dare quarantott'ore e, forse, con qualche telefonata, potrei anche riuscire a raccimolare un buon anticipo sugli arretrati.
No, non può essere lei. I passi sono troppo svelti.
Non possono essere gli scagnozzi di Joe. L'ho pagato l'altro giorno, gli ho dato tutto quello che gli dovevo compresi i suoi dannati interessi. Al diavolo il dannato Joe.
E' da solo. Un uomo, un metro e settanta o poco più. Vedo la sua sagoma in contro luce attraverso la porta a vetri. Sta leggendo la targhetta con il nome, pare proprio che stia cercando il sottoscritto.
Mi sembra piuttosto mingherlino. Bene.
Bussa alla porta. Educato, cazzo.
"Avanti", dico a mezza voce.
La maniglia gira.
Vieni avanti, chiunque tu sia. Ti aspetto accarezzando la fedele calibro 38.



Allunga la mano verso il tavolino e prende il segnalibro. Lo ripone tra le pagine, facendo attenzione che il bordo inferiore della striscia di cartoncino colrato indichi con esattezza la riga in cui si è fermata. Smalto trasparente e dita sottili.
Sul libretto universitario brillava di luce propria quella scritta, "ventotto", che segnava l'abbandono, per un paio di lunghissimi mesi, di qualsiasi attività di studio.