Time to waste
Okay, il programma per il pomeriggio è semplice e definito. Raggiungerai il dipartimento con il fedele biciclo, lo assicurerai all'apposita rastrelliera ed entrerai in biblioteca. Raggiungerai la zona occupata dai lunghi tavoli da studio, troverai un posto libero, estrarrai dalla borsa il pacco di fotocopie che costituisce il programma d'esame e inizierai a studiare. Verso le 15,30 ci sarà spazio, se ne sentirai la necessità, per una pausa caffè. Alle 17,00 abbandonerai la biblioteca ed entrerai in aula D per assistere alle due ore di lezione che concluderanno l'intenso pomeriggio accademico.
Tutto molto chiaro, ti ripeti facendo il tuo ingresso in dipartimento in sella al fedele biciclo. Mentre sei intento ad assicurare la bici alla rastrelliera senti delle voci conosciute che ti chiamano, alzi la testa e vedi, seduti fuori dalla solita aula D, un paio di tuoi compagni di corso: tra dieci minuti inizia una lezione, ma tu quelle due ore le salteriai, ché il programma per questo pomeriggio prevede solo studio fino alle 17,00.
Decidi comunque di andarli a salutare, anche per avere notizie sulle date degli appelli e i risultati degli ultimi esami. La lezione non inizierà prima di dieci o forse quindici minuti, ti fanno sapere, e non ci mettono moltissimo a convincerti ad accompagnarli al bar più vicino per un classicissimo caffè post-pranzo.
Un buon caffè, ti dici mentre guadagnate un tavolino libero sotto la veranda del bar, è esattamente quello che ci vuole per iniziare l'intenso pomeriggio di studio come da programma. Forse sarebbe stato meglio passare prima dalla biblioteca, ma è venerdì pomeriggio e, con i fuori sede che fanno ritorno verso casa, non ci dovrebbero essere difficoltà per trovare un posto libero in una delle due sale studio.
I dieci minuti dedicati al caffè passano incredibilmente veloci tra chiacchere sui professori, i compagni di corso e i prossimi concerti cittadini da non perdere. Saluti i due compagni di corso mentre raggiungono a passi svelti l'aula e la lezione dovrebbe essere già iniziata.
Senza altri indugi raggiungi la portineria del dipartimento, ti fermi un minuto a controllare gli avvisi puntati in bacheca e finalmente varchi la soglia della biblioteca. E' più piena di quello che ti aspettavi, ma riesci comunque a trovare un posto libero. Non è il massimo: il neon che dovrebbe illuminare quella zona del tavolo non funziona e dalla finestra la luce entra a malapena, filtrata all'esterno dalle fronde degli alberi. Ma non è un grosso problema, ti autoconvinci, le giornate in questa stagione sono lunghe e fino alle cinque ci dovrebbe essere luce sufficiente per leggere senza problemi.
Sganci le due cinghiette che chiudono la borsa ed estrai il blocco per gli appunti, una biro e il malloppo di fotocopie rilegate. La pausa caffè è prevista, secondo il programma, tra un'ora e mezza, e calcoli che per allora dovresti riuscire a leggere senza problemi almeno due dei saggi indicati nell'indice della dispensa. Certo, il secondo è in inglese e probabilmente la lettura sarà un po' più lenta, ma ce la dovresti fare comunque.
Hai letto le prime cinque pagine e sono passati meno di dieci minuti, quando ti viene in mente, improvvisamente, che devi mandare una mail a un prof. per iscriverti al suo ricevimento: devi verbalizzare il voto di un esame dato ad aprile, e se vuoi farlo entro la prossima settimana, oggi è l'ultimo giorno utile per prendere appuntamento.
Abbandoni la sala studio e scendi le scale che portano al piano sotterraneo, dove ci sono i laboratori. Prendi possesso di un computer e lì i neon sono tutti funzionanti e la luce è ottima. Inserisci username e password e subito apri il programma di posta elettronica, deciso a sbrigare in fretta questa faccenda della verbalizzazione.
Il software ti informa, efficiente, che ci sono due messaggi nuovi e ormai che li hai scaricati, consideri, non puoi non rispondere. Impieghi qualche minuto a comporre le due mail di risposta e, una volta inviate, è il momento di scrivere al prof. Butti giù due righe chiedendo d'iscriverti al ricevimento della settimana prossima, saluti cordialmente ed invii.
Chiudi il programma di posta elettronica e sarrebbe il momento di fare ritorno in sala studio e ricominciare a leggere il saggio dove l'avevi interrotto. Ancora un minuto, ti dici, per controllare velocemente se c'è qualche nuovo commento sul blog. E già che ci sei è anche il momento di vedere se c'è qualche aggiornamento sui vari blog che tieni sottocchio, e poi bisogna controllare le ultime notizie in Italia e nel mondo, e poi non si può non fare un salto sulle webzine che, fedeli, ti tengono aggiornato sulle ultime news musicali.
Esci dal laboratorio e sei stato più di un'ora davanti al dannato computer. E' passata da qualche minuto l'ora della pausa caffè e la macchinetta è posizionata esattamente un metro più in là. Un caffè, ti dici, e poi si torna a studiare.
Dieci minuti dopo sei di nuovo in biblioteca, con le fotocopie che aspettano sul tavolo e lo sguardo perso fuori dalla finestra. Tra tre quarti d'ora inizia la lezione e ti dici che in quel poco tempo non riuscirai a finire di leggere nemmeno il saggio che avevi iniziato e sarebbe inutile andare ancora avanti per poi lasciarlo a metà. Ti dici anche che è venerdì pomeriggio, sei stanco e non hai volglia di andare a lezione e restare chiuso in aula fino alle sette.
Raccogli tutto dentro la borsa e, mentre esci dalla sala studio diretto verso il fedele biciclio, ti dici che il programma però non era niente male. Lo riciclerai, ti dici, per un altro giorno.


Non hai nessuna meta precisa e segui, con cieca fiducia, la serie di strade interne che dirigono verso il vicino parco pubblico cittadino. L'aria è fresca e in lento movimento, e l'odore di erba umida si sente anche passando in mezzo alle macchine parcheggiate. Svolti a sinistra, dentro al parco, e capisci perchè il cielo è così chiaro, e se non riesci a contare più di due stelle sopra la tua testa, la colpa non è solo dell'inquinamento luminoso. Di fronte a te la luna piena sembra una lampadina da qualche milione di candele e ti dici che, a non farci troppo caso, si potrebbe quasi confondere con uno dei tanti lampioni dalla testa rotonda che punteggiano i Giardini Margherita.
si sono raccontate storie a volte tristi, a volte allegre, quasi sempre vere. Si è raccontato di ragazze ottuse dai capelli colorati, di negozianti antipatici e di invidie davanti a una tv. Si è raccontato di professori tiranni e deboli, di cittadine di provincia, di statue e di piazze. Sono volate sul pubblico ciuingam al cinnamon ("il cinnamon è la cannella, ma non vale"), a parlare di Black Panthers e di riscossa. Sono volate sul pubblico confezioni tascabili di wafer Tatranky, souvenir di una Boemia dal passato immobile,
a ricordare l'impero silenzioso del neo liberismo. Si è raccontato di amori finiti, di silenzi senza rimpianti e pantofole spedite con francobolli prioritari. Si è raccontato di amore per il socialismo e di amore socialista. Si sono rievocati decenni lontani, anni di Space Invaders, di Partito Comunista, di quartieri IACP, eroina e vite spezzate.
Niente garage punk chic e revivalistico, nè funk-punk simil-fighetto, proprio un concerto pènk di un gruppo americano, di Chicago per la precisione, schitarrante e arrabbiato. Uno di quei concerti a cui hai iniziato a partecipare quando avevi quattordici o quindici anni e a cui, convinto, continui ad andare. Perché in fondo quei concerti ti piacciono e quella musica, quell'urgenza e quella rabbia, continuano a farti sentire leggero e libero, perché a quei concerti continui a divertirti, e quella cosa che poi quando si cresce si mette la testa a posto e anche i gusti si fanno più raffinati, quella cosa lì, con te, non ti sembra abbia funzionato poi tanto. Perché in queste serate si trova sempre qualcuno con cui chiaccherare con in mano una birra, perché ci sono sempre ragazze e ragazzi che distribuiscono flyers di concerti e volantini fotocopiati e ritagliati a mano con sopra il nome di quelche band che non conosci o che parlano del vegetarianesimo o di qualcos'altro.
Perché, ti dici mentre dai un'occhiata in giro durante il set dei Red Lights Flash, prima band a salire sul palco per questa sera, tutti i presenti sono lì a condividere qualcosa, non sai bene cosa ma sei quasi certo che non si tratta solo di tanti singoli venuti per un concerto, sei quasi convinto che c'è qualche cosa di più, qualche cosa che tiene unite tutte quelle persone in quel momento.
Ora però che li hai di fronte, che vedi il cantante e non te lo saresti mai aspettato così magro e con quell'aria da bravo ragazzo, ora che vedi il bassista, una sorta di jamiroquai con i capelli lunghi, ora che vedi il batterista e i due chitarristi, uno cattivissimo con la maglietta dei Misfits, l'altro nerd con gli occhiali e il ciuffo, ora che li vedi suonare, davvero non ti dispiacciono. Certo, continuerai a non ascolatarli, ma se ricapitassero da queste parti, ti dici mentre se ne vanno tra gli applausi dei presenti, probabilmente torneresti a vederli.
Fa delle strane smorfie quando qualche passaggio non gli riesce bene. Il dialogo con il pubblico è fitto e divertente. Racconta di questa sua ex-ragazza i cui nonni erano napoletani e di come, quando venne invitato a un pranzo di famiglia, l'ordine tassativo che ricevette fu "Eat everything! Eat everything!!". Racconta della sua passione per il prosciutto di Parma, che in America è introvabile ("Nemmeno in quei costosi negozi hippy"). Racconta di come "Mary" sia una canzone scritta dal punto di vista del padre biologico di Gesù e di come "The ballad of daykitty" parli della sua gatta arancione che un bel giorno è scappata di casa e non si è più vista. Crea dialoghi surreali tra lui stesso e la tastiera e beve un whiskey dietro l'altro.
Suona per quasi due ore e fa cinque o sei bis, non sembra aver intenzione di scendere da quel palco, o forse è il pubblico che non si stanca di ascoltarlo: fa notare, finto preoccupato, come in quel locale non ci sia il backstage, "I'm trapped", dice ridendo.