sabato, 26 marzo 2005

Perfection through silence

La recinzione che dovrebbe impedire l'accesso alla ferrovia è composta da qualche asta di ferro arrugginita e piegata, a sostegno di una rete di plastica verde a brandelli. I lampioni della strada che corre qualche metro più in là arrivano quasi per sbaglio a schiarire qualche tratto di binario, mentre la ghiaia si sposta sotto i piedi e bisogna fare attenzione nello scalare la piccola salita che porta a traversine e bulloni. Una centralina elettrica dieci metri più avanti produce un unico monotono e infinito ronzio.
Le macchine sfrecciano veloci nella strada accanto, non credo che qualcuno riesca a vedermi, ma mi piace pensare che un passeggero distratto, con la testa appoggiata al vetro del finestrino, forse con gli occhi mezzi chiusi e quasi addormentato, di colpo veda, stupito e di nuovo sveglio, quella figura in controluce, quello strano tizio che sta camminando con le mani in tasca lungo i binari. Mi piace pensarlo, ma non credo che succederà.
Tornando verso la macchina, ricompaiono le voci delle ragazze e dei ragazzi che escono dal Covo a fine serata, voci di buonanotte, di ci sentiamo presto, di ci si vede domani. Incrocio anche qualche amico che avevo già salutato qualche minuto prima, uscendo dal locale.
"Be', che facevi tutto solo laggiù? La tua macchina non è quella?", mi chiedono.
"Sì è quella. Facevo solo una passeggiata sui sassi.

Scritto da matteb83 alle ore 15:24 || || commenti (7)
mercoledì, 23 marzo 2005

A lack of color

I colori dei palazzi sono una di quelle cose a cui non faccio mai caso, forse perché li conosco già o credo di conoscerli, forse perché alzo raramente gli occhi  e se lo faccio preferisco guardare il cielo, forse perché sono pensati apposta per non attirare l'attenzione. Sono arancioni, giallini, beige, marroncini, a volte verde chiaro, a volte più banalmente color mattone.
Questa mattina, fermo ad un semaforo, nelle orecchie i Ramones, ho alzato lo sguardo per vedere il sole che se ne andava dietro ad una grossa nuvola e che non si sarebbe più fatto vedere per il resto della giornata, e nel percorso di ritorno verso la luce del semaforo, gli occhi si sono fermati, calamitati, su un particolare, piccolo ma impossibile da non notare.C'era questo palazzo, un grande palazzo, avrà avuto nove o dieci piani, un grande palazzo grigio. La facciata completamente grigia, non perché sbiadito, questa volta non c'entrano l'inquinamento e le polveri sottili, era un palazzo dipinto di grigio, un palazzo color asfalto. Ad una finestra del penultimo piano c'era questo punto rosso acceso, rosso fuoco, su cui mi sono fissato, quasi una macchia di sangue schizzata sul grigiore indistinto. Ho messo a fuoco, ho aggiustato bene gli occhiali sul naso, ho strizzato gli occhi: era una ragazza, tranquilla, affacciata alla finestra. Una ragazza con un maglione rosso, i gomiti appoggiati alla finestra, si godeva questa tiepida primavera mattutina fumandosi una sigaretta, mandando in frantumi le speranze nichiliste di qualche modernista malato che pensa il mondo come un enorme ingranaggio grigio, utile solamente a girare all'infinito su se stesso.

Scritto da matteb83 alle ore 23:47 || || commenti (6)
sabato, 19 marzo 2005

Extracurricular

Cinque anni nella stessa scuola, due anni passati nella stessa classe: gli ultimi due anni, un'esame di maturità fatto insieme. Stessi prof, stessi scazzi, fughe, chiacchere al bar, compiti & interrogazioni, autogestioni. Philippe parlava spesso di questo gruppo in cui suonava la batteria, Settlefish si chiamavano. Ne parlava sempre con questo entusiasmo contagioso, citando a modello band che raramente avevo sentito nominare, e tracciando coordinate sonore e generi musicali che non mi erano poi così chiari.A volte, mentre la prof di greco tentava sconsolata di correggere una versione, lo potevi vedere, dietro il suo banco, dimenarsi per qualche momento, suonando qualche passaggio su una batteria immaginaria, per poi fermarsi immediatamente e sfoggiare un fintissimo sorriso interessato, se la prof notava qualche strano movimento.
Quasi quattro anni dopo quella maturità, i Settlefish li ritrovo sul palco di un Covo a dir poco gremito, a presentare il loro secondo, folgorante, album che esce per Unhip Records in tutta Europa e per Deep Elm in America. E bé, dai tempi del liceo di strada ne hanno fatta.
Lo show è praticamente perfetto, Philippe picchia dietro la batteria, Jonathan canta e urla dentro al microfono, tutta la band suona precisa e compatta. Su "We Please The Night, Drama" sale sul palco anche Yukka Reverberi alla terza chitarra, e la coda della canzone si trasforma in un crescendo davvero indescrivibile, con tutto il pubblico rapito dai suoni e dal rumore che esplode in un finale coperto da applausi entusiasti.
Dopo il concerto c'è posto, al solito, per qualche birra e parecchie chiacchere. Quando poi passa Philippe e lo si ferma per salutarlo, è contento per come è andata la serata e per come gli vanno le cose, per il nuovo album e per il tour che sta per partire, ed è in fondo sempre lo stesso ragazzo casinaro che stava qualche banco più in là del mio.

Scritto da matteb83 alle ore 15:30 || || commenti (3)
martedì, 15 marzo 2005

Knowledge

L'università, ne sono ormai più che certo, si divide in due sezioni complementari ed esattamente opposte tra loro. Da un lato c'è "L'Istituzione Università", con corsi, lezioni, piani di studio, libri, appunti, file in segreteria, budge, libretto, statino, prof, ricevimenti, esami scritti, esami orali, risultati, avvisi, portinerie, programmi, fotocopie. Dall'altro c'è invece "La Vita Universitaria", con compagni di corso, chiacchere, caffè, cazzate, insulti, birre, pub, concerti, gradini, case, feste, strade, piazze, librerie, biblioteche, bar, scazzi, risate, conoscenze, uscite. Se ci si butta da una parte, si resta in pari con gli esami, si riempie il libretto di bei voti, ma si vive da reclusi tra lezioni, libri, bibliotece, esami. Se ci si butta dall'altra parte, si conoscono una marea di persone simpatiche ed interessanti, ci si diverte, si imparano anche parecchie cose, ma i voti si abbassano, gli esami si diradano, i corsi si sovrappongono, la laurea si allontana. Trovare il giusto equilibrio è la vera subdola sfida dell'università. Io ci provo da tre anni e mezzo, se butta male, poi, indovinate da che parte mi sbilancio?

Scritto da matteb83 alle ore 22:46 || || commenti (5)
venerdì, 11 marzo 2005

Norwegian wood

Quando viene aperta quella strana cesta di vimini che sosta sul palco dell'Estragon durante il set dei Pecksniff ed incominciano a spuntare, canzone dopo canzone, tutti quegli strani strumenti-giocattolo, ti tornano in mente una marea di ricordi che credevi cancellati. L'organetto e il sassofono di plastica, dai quali ricavavi suoni storti (e rock?) sbattendoli fortissimo contro il pavimento o lanciandoli senza pietà contro le pareti; lo xilofono all'asilo, che percuotevi con qualunque oggetto, escluse (ovviamente?) le apposite bacchette; il flauto e i D in musica perchè non avevi imparato il solfeggio, ma anche quell'A perché sapevi fare "Yellow submarine". Solo, al contrario di te, i Pecksniff tutti quegli strumenti li sanno suonare per davvero e hanno anche l'aria di divertirsi un mondo tra trombette, cembali e maracas, e ti stupisci per come quei suoni strambi e quasi dimenticati si uniscano naturalmente alle chitarre, alla batteria, alla tastiera e alle due voci, maschile e femminile, e creino questo mondo pop di colori pastello e ritornelli sorridenti. Finito il set, concluso da una spettacolare capriola acrobatica del cantante sul palco, diventa immediatamente obbligatorio l'acquisto di cd e spilletta...
Quando il palco viene liberato da tutti gli strumenti, quando viene smontata la batteria e rimangono solo tre chitarre e un microfono, tutti capiscono che la piccola rivelazione norvegese sta per salire sul palco. La musica si spegne, le luci si abbassano. Sondre Lerche ha un paio di jeans e una polo da turista tedesco in vacanza in riviera negli anni '70, ha ventun anni ma ne dimostra duo o tre di meno, non sta fermo un secondo, saluta, sorride.
Quando imbraccia la chitarra e inizia a cantare, esce fuori una voce che dal solo ascolto del disco non ti saresti davvero aspettato, esce fuori un chitarrista che supera di molto i canoni del comune concerto acustico, esce fuori una capacità di tenere il palco che conquista tutti all'istante. E ti dici che questo mingherlino norvegese ci sa davvero fare ed è anche parecchio simpatico, continua a ringraziare il pubblico che lo applaude entusiasta, trasmette buonumore e allegria in modo contagioso e quando, con un sorriso a trentadue denti, dice che è davvero contento perché è riuscito a venire in Italia per un tour di ben una settimana, lo vedi dagli occhi che brillano che non lo dice tanto per dire.
Quando, finito il concerto, torni saltellente alla macchina, canticchiando, sorridente e stonato, le canzoni appena sentite, bé, quello è il segno inequivocabile che la serata è stata ottima. E ieri sera, fuori dall'Estragon, saltellavi e canticchiavi come non facevi da tempo.

Scritto da matteb83 alle ore 19:58 || || commenti (3)