sabato, 26 febbraio 2005

Place position

Tutti ormai sono andati, dopo le ultime chiacchere ed i saluti. Sono rimasti i portici e queste piccole stradine illuminate da qualche storta luce gialla, e una decina di centimetri di neve che copre case, automobili e suoni. La macchina non è lontana, ma ho voglia di camminare, così scelgo il percorso più lungo. Non si vede quasi nessuno in giro: qualche solitario che torna a casa con passo svelto, un signore che porta a spasso il cane, qualche voce indecifrabile un paio di strade più in là. Svolto a caso in un piccolo vicolo sulla sinistra, tanto la direzione è quella giusta. La strada è chiusa per lavori, bisogna passare sotto ad un ponteggio. C'è solo qualche fioca lampada rossa che fa luce sui tubi d'acciaio e sulle tavole di legno. Il passaggio è molto stretto, largo appena per una persona, ma non c'è nessun altro in vista. Mi fermo lì, in mezzo alla strada, sotto al ponteggio. L'aria è fredda, ma non c'è vento. Mi fascio meglio la sciarpa attorno al collo. Respiro. Sento dei passi, forse è il signore col cane che torna indietro, o forse è qualcun altro. Riprendo a camminare e penso che quel vicoletto buio sarebbe l'incubo di tutti i genitori apprensivi e dei paranoici di borseggi, furti, aggressioni, omicidi e cannibalismo. Io, prima di svoltare a destra e raggiungere la macchina, registro mentalmente dov'è: ci ripasserò spesso.

Scritto da matteb83 alle ore 12:30 || || commenti (4)
lunedì, 21 febbraio 2005

So far away from all my dreams

Hai smesso di essere entusiasta per il tuo compleanno intorno ai quindici anni. Compiuti i diciotto hai iniziato ad odiare sottopelle questo dannato 21 febbraio. Oggi è il tuo ventiduesimo compleanno, e come tutti gli anni ti ritrovi a fare i conti con ciò che hai fatto e con tutto quello che ancora resta da fare. Un calcolo che non torna mai, ché la lista di cose da fare & sogni da realizzare continua a riempirsi di appunti confusi e sovrapposti, e le voci che con soddisfazione vengono cancellate da un secco colpo di penna, sono sempre troppo poche.
La fatica fatta per rimanere coerenti con se stessi, senza per questo chiudersi in se stessi, è tanta, ma è tanta anche la voglia di andare avanti. Ed è tanto anche l'entusiasmo per le cose fatte e per quelle che invece continuano a sostare su quella stupida lista, e questa è forse la cosa di cui sei più felice.
Rimangono i cronici difetti da eterno adolescente, la stupida (ma a volte amica) timidezza, la difficoltà a relazionarsi con gli estranei, la faccia sempre scazzata, anche quando sei di buon umore, l'infinita goffaggine con le ragazze.
Passerà anche questo ennesimo compleanno del cazzo. Intanto, mi rimbocco le maniche.

Scritto da matteb83 alle ore 13:12 || || commenti (9)
domenica, 20 febbraio 2005

The evil powers of rock n' roll

Perso tra i meandri dell'underground, esplorando webzines, sfogliando riviste più o meno patinate, ordinando fanzines sconosciute e scaricando mp3 a caso, poi succede che inevitabilmente perdi la strada, che non ti ricordi più da dove eri partito.  E sembrano quasi posizionati apposta lungo il calendario, i concerti come quello di ieri sera al Blue Inn Café, come fili d'Arianna per riportarti alle origini.
Alle origini ci sono gli anni 50 dei Wild Beats, alle origini c'è la violenza dei Kings Of Nuthin', che anche se scazzati e senza chitarra, buttano fuori tanta energia che neanche l'ENEL senza blackouts.
Alle origini ci sono Drumgirl e Guitarboy che salgono sul palco completamente ubriachi. Chitarra, batteria, voci strillate e tanto sporco rumore. Ecco gli Intellectuals, ovvero come  far mangiare la polvere ai White Stripes.Elena alla batteria, occhi persi nel vuoto e perenne sorriso da elevato tasso alcolico, picchia sulle pelli e sui piatti, canta, urla e butta qua e là frasi solo vagamente sensate. Francesco alla chitarra, non sta fermo un secondo, salta da una parte all'altra del palco, sbraita uno strambo inglese al microfono, tormenta la sei corde, si butta per terra.
E in mezzo a tutta quella sporcizia garage-punk potrebbe anche incendiarsi il palco e certo non ne rimarresti stupito.
Ecco perché ami il rock n' roll.

Scritto da matteb83 alle ore 18:13 || || commenti (3)
mercoledì, 16 febbraio 2005

Question marks

Ho messo la sciarpa e i guanti dentro la borsa e cammino verso casa, lungo il portico di Strada Maggiore. Il blocco del traffico ha reso la città stramba e silenziosa: riesco a distinguere nettamente quello che dicono i passanti sotto al portico dall'altro lato della strada, almeno fino a quando il passaggio di un autobus non spezza l'incantesimo.
Da lontano vedo una ragazza seduta sui gradini d'ingresso a un palazzo, la schiena appoggiata all'enorme e antico portone di legno. Mi avvicino continuando a guardarla. Non sta aspettando qualcuno, sembra triste. Le braccia sono strette attorno alle ginocchia rannicchiate, guarda a destra, contro la parete, la sento singhiozzare. Sta piangendo.
Mi fermo o non mi fermo? Il signore attempato che cammina qualche metro davanti a me, la vede, si sposta sulla sinisra e accelera il passo. Mi fermo o non mi fermo? E se mi fermo cosa le dico? Mi fermo o non mi fermo? Mi fermo.
"Scusa, tutto bene?", chiedo. Che domanda del cazzo. Forse era meglio se continuavo per la mia strada.
Lei non risponde, forse non ha sentito, continua a guardare il muro.
Faccio un passo avanti. "Tutto a posto? Stai bene? Posso fare qualcosa?".
Questa volta ha sentito, alza il viso e mi guarda. Un'enorme lacrima precipita ed esplode sulla pietra grigia del gradino. Mi sorride, ha capelli castani ed occhi azzurri.
"E tu chi saresti?", chiede.
Già, e io chi sarei?

Scritto da matteb83 alle ore 12:09 || || commenti (9)
venerdì, 11 febbraio 2005

Too soon

E' spoglio il palco dell'Estragon, niente batteria, nessuna enorme testata. Solo due miseri e logori amplificatori per chitarra e una tastiera con a fianco un computer. Attaccato alla tastiera c'è un adesivo: "This machine kills fascists".
I tre Radio Dept. salgono sul palco e suonano la loro musica per quarantacinque minuti. Il tempo non si ferma, si dilata.
Tra una canzone e l'altra sono terribilmente timidi, guardano il pubblico, sorridono, abbassano gli occhi. Chiedono al tecnico del suono di sistemargli la spia e sembra stiano gentilmente domandando informazioni stradali a uno sconosciuto: parlano piano, gesticolano, dicono "Please".
Quando suonano sembra si dimentichino tutto, il luogo, la gente. Johan Duncanson ha gli occhi chiusi e ondeggia assieme a tutto il pubblico. Per un attimo ho l'impressione che tutti, sopra e sotto al palco, stiano provando le stesse identiche emozioni, sensazioni. Suoni, riverberi, chitarre e tastiera che si amalgamano sulla base di basso e batteria elettronica che esce dal computer.
L'aria si riempie di canzoni dolci e sussurrate, sembra che navighino lungo un filo sottile destinato a spezzarsi molto presto, e quando il brano finisce c'è come un sentimento di sollievo, di scampato pericolo.
Il tempo non si ferma, si dilata.

Scritto da matteb83 alle ore 11:56 || || commenti (9)