sabato, 26 febbraio 2005
Place position
Tutti ormai sono andati, dopo le ultime chiacchere ed i saluti. Sono rimasti i portici e queste piccole stradine illuminate da qualche storta luce gialla, e una decina di centimetri di neve che copre case, automobili e suoni. La macchina non è lontana, ma ho voglia di camminare, così scelgo il percorso più lungo. Non si vede quasi nessuno in giro: qualche solitario che torna a casa con passo svelto, un signore che porta a spasso il cane, qualche voce indecifrabile un paio di strade più in là. Svolto a caso in un piccolo vicolo sulla sinistra, tanto la direzione è quella giusta.
La strada è chiusa per lavori, bisogna passare sotto ad un ponteggio. C'è solo qualche fioca lampada rossa che fa luce sui tubi d'acciaio e sulle tavole di legno. Il passaggio è molto stretto, largo appena per una persona, ma non c'è nessun altro in vista. Mi fermo lì, in mezzo alla strada, sotto al ponteggio. L'aria è fredda, ma non c'è vento. Mi fascio meglio la sciarpa attorno al collo. Respiro. Sento dei passi, forse è il signore col cane che torna indietro, o forse è qualcun altro. Riprendo a camminare e penso che quel vicoletto buio sarebbe l'incubo di tutti i genitori apprensivi e dei paranoici di borseggi, furti, aggressioni, omicidi e cannibalismo. Io, prima di svoltare a destra e raggiungere la macchina, registro mentalmente dov'è: ci ripasserò spesso.
La strada è chiusa per lavori, bisogna passare sotto ad un ponteggio. C'è solo qualche fioca lampada rossa che fa luce sui tubi d'acciaio e sulle tavole di legno. Il passaggio è molto stretto, largo appena per una persona, ma non c'è nessun altro in vista. Mi fermo lì, in mezzo alla strada, sotto al ponteggio. L'aria è fredda, ma non c'è vento. Mi fascio meglio la sciarpa attorno al collo. Respiro. Sento dei passi, forse è il signore col cane che torna indietro, o forse è qualcun altro. Riprendo a camminare e penso che quel vicoletto buio sarebbe l'incubo di tutti i genitori apprensivi e dei paranoici di borseggi, furti, aggressioni, omicidi e cannibalismo. Io, prima di svoltare a destra e raggiungere la macchina, registro mentalmente dov'è: ci ripasserò spesso.
Scritto da matteb83 alle ore 12:30 || || commenti (4)


Un calcolo che non torna mai, ché la lista di cose da fare & sogni da realizzare continua a riempirsi di appunti confusi e sovrapposti, e le voci che con soddisfazione vengono cancellate da un secco colpo di penna, sono sempre troppo poche.
Alle origini ci sono gli anni 50 dei Wild Beats, alle origini c'è la violenza dei Kings Of Nuthin', che anche se scazzati e senza chitarra, buttano fuori tanta energia che neanche l'ENEL senza blackouts.
Elena alla batteria, occhi persi nel vuoto e perenne sorriso da elevato tasso alcolico, picchia sulle pelli e sui piatti, canta, urla e butta qua e là frasi solo vagamente sensate. Francesco alla chitarra, non sta fermo un secondo, salta da una parte all'altra del palco, sbraita uno strambo inglese al microfono, tormenta la sei corde, si butta per terra.
Non sta aspettando qualcuno, sembra triste. Le braccia sono strette attorno alle ginocchia rannicchiate, guarda a destra, contro la parete, la sento singhiozzare. Sta piangendo.
Attaccato alla tastiera c'è un adesivo: "This machine kills fascists".
Per un attimo ho l'impressione che tutti, sopra e sotto al palco, stiano provando le stesse identiche emozioni, sensazioni. Suoni, riverberi, chitarre e tastiera che si amalgamano sulla base di basso e batteria elettronica che esce dal computer.